Museo della seta - Mendicino
 
la religiosità
chiesa

apocrifi e integrati            

 

Gesù adolescente giocava con altri coetanei. Costruivano con la creta piccole casette, pozzi, pecorelle, ecc. Gesù invece era intento a fare un uccellino e quando l’ebbe finito lo mostrò a Giuda, proprio quello che avrebbe dovuto tradirlo. Quest’ultimo invidioso del bell’uccellino l’afferrò di colpo e lo scaraventò a terra. Gesù non si adirò e tranquillo iniziò a plasmarne un altro, che gli riuscì migliore del primo. Quando l’ebbe finito vi soffiò sopra donandogli la vita. L’uccellino volò via scomparendo all’orizzonte.

 

Gesù crebbe, predicò alle genti e poi fu crocifisso. Mentre era sulla croce disse: “Ho sete” ma nessuno gli diede da bere. L’uccellino che Gesù aveva creato da ragazzo volava per caso lì d’intorno. Udito l’assetato andò a riempire il suo beccuccio d’acqua e approfittando di un momento di distrazione delle guardie gli si posò sulla spalla e poi sul petto. Da qui allungando il collo gli bagnò le labbra. Nel far questo però sporcò le sue piume col sangue di Cristo. La rossa macchia restò indelebile, tanto che l’ebbero anche tutti i sui discendenti: i pettirossi.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959.  Pg. 120, 121.

 

Sant’Edipo            

 

rosoneSecondo una leggenda la madre dell’apostolo Pietro era molto invidiosa di Gesù. Lei avrebbe voluto anche per suo figlio capacità miracolose, così decise di fare una maja a Gesù. Convinse l’ignaro Pietro ad invitare il Maestro nella loro casa, con lo scopo di farlo inciampare nel gradino della porta d’ingresso.

 

Gesù, che di ognuno conosce pensieri e intenzioni, chiese a Pietro di portarlo sulle spalle, evitando lo scalino ma urtando così la testa all’architrave della porta. La donna fu sorpresa ma non si perse d’animo e credendo che Gesù sarebbe uscito dalla porta nello stesso modo in cui era entrato fece una maja nel punto in cui aveva urtato, ma di nuovo Gesù evitò il male portando Pietro sulle spalle giù per gli scalini.

 

Quando la mamma di Pietro morì andò all’inferno, poiché il figlio aveva le chiavi del paradiso lo pregò di aiutarlo a uscire. Pietro chiese a Gesù di poterla soccorrere negli inferi ed egli acconsentì. Quando la donna tentò di uscire dalla porta infernale le si aggrapparono tante anime dannate desiderose di fuggire. Lei scacciava tutti con ostinata forza affermando con presunzione d’essere la madre di Pietro, perciò l’unica meritevole di salvezza. Uditola Pietro ne fu tanto turbato da perdere la pazienza e lasciarla ricadere negli abissi infernali.

 

Intervista a Natalina Greco, detta da mammana, Mendicino, 20/11/2007.

 

San Nicola            

 

Il sei dicembre i mendicinesi festeggiano ancora il loro santo patrono. Un tempo i bambini erano soliti girare a frotte per le vie del borgo, cantando un antico ritornello davanti a case e botteghe, ricevendo in cambio dolciumi, soldi, salumi e i tradizionali panetti tondi. Per la festività dunque le massaie e i panifici preparavano “panettiedggi” in grande quantità. Uno di questi pani era infilato in un’apposita nicchia nel muro di casa con l’intento di proteggerla dai mali, sostituendo quello dell’anno precedente

I panettiedggi de santu Nicola,

a cucchidggie, a cucchidggie, a cucchià,

e sunninnne vuonnu dare,

santu Nicola li voda aiutà.

 

I panetti di San Nicola

a cucchiaiate, a cucchiaiate, a cucchià,

e se non ce ne vogliono dare

San Nicola li voglia aiutare.

Tratto da: Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 33.

 

Santa Lucia            

 

Il primo dicembre i mendicinesi iniziavano la cerca, che si concludeva nel giorno della festa di S. Lucia, protettrice della luce e della vista. Nelle case si raccoglievano tredici tipi di legumi e cereali, utilizzati poi per cucinare la cuccìa. Il pastone di circa quaranta chili di legumi e cereali secchi (fagioli bianchi, fagioli screziati, ceci, lenticchie, cicerchi, castagne, grano, miglio, fave, piselli) era cotto nel pentolone e condito con olio d’oliva e sedano. Alcune donne preparavano la pietanza in un locale allestito nella piazza centrale. Dopo la cerimonia il parroco benediva la cuccìa, che era distribuita e consumata.

 

Intervista a Lucia Reda, detta du Bosso, Mendicino, 15/11/2007.

 

La festa della cuccìa e quella di Santa Lucia risalgono probabilmente al culto greco di Demetra, dea delle messi e madre di Dioniso e Proserpina. I teologi cristiani sovrapposero al mito antico dei culti dionisiaci la leggenda di Lucia, trasfigurandone lo gnosticismo insito nella metafora della vista e la funzione apotropaico – augurale del consumo di legumi e cereali per i cicli agricoli. Alla santa furono strappati gli occhi prima di morire, col suo martirio divenne divinità protettrice della luce festeggiata proprio nel giorno più buio dell’anno: il 13 dicembre.

 

il Natale            

 

rosone

 

Le donne nel periodo prenatalizio preparavano dolci tipici: turdidggi, scalettecasatredggie. Durante le vigilie dell’Immacolata e del Natale le massaie preparavano grandi quantità di cudggiuriedggi: sorta di panzarotti fritti ripieni d’alici, oppure vuoti ma conditi con miele o con zucchero. Per i bambini la preparazione era una grande festa, stavano tutti vicini al focolare di mattoni di creta ingiallito dal fumo, guardavano le fiamme infuocare u tripidu (il tripode) e lambire la padella ,tutti ansiosi d’assaggiare le bollenti leccornie. Le grispedggie era un dolce preparato con farina di castagne.

 

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. Pag. 53.

 

 

La sera di Natale dopo cena la famiglia si radunava attorno al focolare. Attendendo d’avviarsi alla messa di mezzanotte gli anziani raccontavano storie. Giunta l’ora la famiglia s’avviava verso la chiesa al chiarore della lanterna, ad eccezione di coloro (spesso anziani) che restavano a vigilare la casa. Davanti ai presepi s’udiva il caratteristico suono delle zampogne.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. Pg. 89, 90.

 

l'Epifania            

 

Si dice che nella notte dell'Epifania gli animali parlino. Gli anziani raccontano che un uomo nella notte della vigilia si nascose dentro la mangiatoia dei suoi buoi, voleva sentirli parlare. Quando scoccò la mezzanotte gli animali dissero:

 

Arri arri, dumane u patruu nuodggiu purtamu ‘ncarru.

 

Arri arri, domani per il padrone non trasporteremo nulla sul carro

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. Pag. 123.

 

il carnevale            

 

I tre giorni carnascialeschi erano festeggiati con scherzi e allegria. In alcune zone si allestivano fantocci di cartapesta o di paglia e pezza, spesso a forma di asino, perciò chiamati ciucci. Dopo un giro per le strade i fantocci erano incendiati in un grande falò, era la morte di Carnelevalaru, conclusione del periodo festoso ma anche esorcizzazione del passato, colmo di mali e brutture. La festa simboleggiava il rinnovo del ciclo annuale e nelll'inizio del tempo quaresimale, dedicato al digiuno e alla penitenza religiosa. Oltre ai ragazzi anche molti adulti si mascheravano con indumenti vecchi e laceri.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 39.

 

Così conciati i frazzarati andavano in giro porta a porta in cerca di doni.

 

Tratto Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. Pag 58.

 

Il proverbio di carnevale recitava:

I tri juirni de Carnelevaru

Nun si penza a lavurare,

ma si penza  a mangiare.

 

Nei tre giorni di Carnevale

Non si pensa a lavorare

ma si pensa a mangiare.

Il martedì era l’ultimo giorno della festa, piangendo la morte del carnevale si diceva:

Carnevale è mmuortu,

i maccarruni su cotti,

U casu c’è de grattare,

viva i tri jurni de Carnelevaru

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 39.

 

la quaresima            

 

Un tempo nel primo giorno di quaresima si preparava la lisciva, con cui le donne pulivano meticolosamente tutti gli utensili da cucina. L’operazione era finalizzata all’igiene alimentare, non esisteva la rete idrica domestica e nemmeno i detersivi d’uso quotidiano. Si diceva di lavar bene affinché non restasse neppure l’odore delle grosse mangiate carnevalesche. La quaresima era simboleggiata da una vecchietta scarna e arzilla:

Signu venuta Quaresima,

signu netta cumu na grisima,

signu venuta ppe diunare,

m’paravisu vi vuogliu purtare

In questo periodo i mendicinesi mangiavano verdure, cereali, frutta, legumi e saracche fritte.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. Pag. 88.

 

 

la Pasqua            

 

Nella domenica delle palme i fedeli portavano in processione un albero stilizzato fatto con canne e ricoperto di carta velina colorata, sui cui rami venivano appese in segno di devozione caramelle, cioccolatini e ginetti (dolci tipici tondi ricoperti di glassa bianca).Nella settimana di Pasqua le donne preparavano le pitte salate: alcune condite con salimora, altre con i cigoli, altre ancora con la soppressata, formaggio pecorino, uova e grasso. C’era anche la pitta dolce, preparata con l’uva passa e lo zucchero e cotta nella tieggdra, una tortiera di rame stagnato con manici.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

edicola votivaNel periodo pasquale i forni pubblici erano assediati per la cottura dei pani e dei dolci augurali (i cudggiuri). Durante le attese dei turni per l’uso del forno le massaie si ritrovavano per conversare. Spesso la fornaia andava nelle case a ritirare i dolci da cuocere, ponendoli su una lunga asse di legno. Camminando trasportava l’asse reggendola in bilico sul capo e poggiando le mani sui fianchi, camminava ondeggiando rapida e leggera fino al forno.

 

Per tutto il giorno c’era un via vai d’assi con impasti lievitati crudi, mentre al ritorno i pani fragranti appena sfornati spandevano per l’aria un morbido profumo. I cudggiuri erano di diverse forme e tipologie: dolci e salati, guarniti o impastati con uova, con grasso e semi di anice, ecc.

 

Le cudggiure più grandi avevano cinque uova intere (col guscio) che spuntavano dall’impasto, spettavano al capo famiglia e ai nonni. I cudggiuri con tre uova e a forma di bamboccioeranoper i piccoli. I forni erano affollati e la chiesa era gremita: quasi tutta la comunità seguiva i riti e le prediche della settimana. Per le vinelle i ragazzi annunciavano l’inizio delle funzioni con raganelle e troccane e gridando:

 

nudggiu ara casa tutti ara ghijesa!

 

nessuno a casa, tutti in chiesa!

 

Nella notte del giovedì si «vegliava il Sepolcro», u Subbucu. La partecipazione alla grande Via Crucis del Venerdì Santo era piena di pathos. Le donne piangevano e gli uomini mostravano le facce assorte.

 

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. Pag. 54.

 

Ogni quattro anni la Via Crucis era celebrata con costumi d’epoca, teatralizzata tra l’emozione degli spettatori e il trasporto degli attori improvvisati. L’intervallo quadriennale serviva a creare maggiore aspettativa ed entusiasmo. Tutti i mendicinesi collaboravano in ogni modo all’allestimento della performance. Chi offriva più denaro alla parrocchia era scelto come attore. Il lunedì dalla torre dell’orologio si levavano squilli di tromba per annunciare la spettacolare funzione religiosa.

 

Durante il giovedì santo non era possibile suonare le campane perciò l’inizio della processione era segnalato dal suono della traccagliera, strumento popolare formato da una di cassettina di legno contenente un sonaglio. Il corteo iniziava dopo l’annuncio dù pinnaru, un figurante travestito da centurione con un vessillo rosso sull’asta che portava in mano. La processione partiva dalla chiesa di Santa Caterina, attraversava ‘u mottolo, scendeva nella zona chiamata Puombula, passava per la zona di Bassolamotta per poi tornare al punto di partenza.

 

Era rappresentato ogni momento della passione di Cristo, come l’incoronazione con le spine, la flagellazione, l’incontro con le tre donne (inscenate mentre asciugano col fazzoletto il sangue dal volto di Cristo. Gesù era preceduto da due bambini travestiti da angeli con parrucche bionde e ricciolute, ali di carta, braccia, gambe e collo ornati con monili d’oro. Un bimbo portava in mano un calice contenente un’arancia, simbolo del mondo, l’altro bimbo portava una croce. Altri bambini portavano sulle spalle piccole croci e corone di spine. Durante ogni fermata (stazione del Calvario) di Gesù gli angeli cantavano una strofa:

 

Angelo sono io che da lì empirio loco,

volando vengo a te, da Dio mandato

e per l’amore dell’umana gente,

ogni martirio è chiesto che tu sopporti.

Non più ti condoler figliol di dio,

perché il tuo Padre vuole e ti comanda,

che per l’altrui peccati ne paghi il figlio

la croce, i chiodi e la spina mordace,

o figliolo di Dio sopporta in pace.

 

La statua della Madonna Addolorata, il quadro dell’Ecce Homo (Gesù nella bara) e quello del Gesù inginocchiato con la croce erano portate in processione cantando i Misteri. Ricordo Pasquale Caputo, detto Tronise, come uno dei portantini più indefessi. Finita la processione in chiesa si assisteva all’omelia di un frate invitato da qualche paese vicino. Nella notte del sabato santo sul sagrato della chiesa di San Nicola gli abitanti accendevano un falò. Nel giorno successivo la cenere era raccolta e conservata nelle case con funzione apotropaica, fino all’anno successivo.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

Nella tarda mattinata del sabato mattina le campane erano suonate «a gloria» fra il tripudio generale. Parenti e amici s’abbracciavano e si baciavano. Molti sospendevano le attività per inginocchiarsi e pregare.

 

Tratto da Domenico Canino, Una montagna alta fra le nuvole. La storia di Mendicino, Mens Ky Nebwh, Mendicino (CS) 2000. Pag 54.

 

Al suono delle campane «a gloria» era usanza battere con un bastone sulle soffitte o sui bauli recitando:

 

Esciti cose triste, trasiti cose bone, ch’è suscitatu Cristu!

 

Uscite cose tristi, entrate cose buone, che è resuscitato Cristo!

 

Secondo una consuetudine a Pasqua si usava baciare la mano ai genitori implorando la loro benedizione.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959. Pg. 88, 122.

 

A Pasqua si festeggiava pranzando concosticedggie e scarole, costine di maiale e scarole. Le costine erano conservate sotto sale; per dissalarle erano bollite con poca acqua, in cui poi era cotta la scarola condita con il grasso della carne. Spesso insieme alla costa si cucinava la ‘nnùglia, salsiccia fatta con carne di polmoni, collo e cuore di suino. Il lunedì dell’Angelo i mendicinesi non trascorrevano la tradizionale pasquetta fuori porta, essi festeggiavano S. Caterina di Costantinopoli con una processione e una piccola fiera. Per pranzo le donne preparavano in casa le tagliatelle o i tagliolini per il brodo.

 

Nel pomeriggio in piazza si organizzava la corsa dei sacchi, dove i partecipanti gareggiavano saltando con le gambe chiuse in un sacco; il gioco della ‘ntinna, coi partecipanti che s’arrampicavano su un lungo palo unto di grasso con un premio sulla sommità; il gioco della pignatta, il cui scopo era rompere con un bastone e a occhi bendati alcune pignatteopportunamente appese e contenenti caramelle, frutta, monetine, oppure farina o pezzetti di carta; infineil tiro a segno, con in palio un rosario, un quadro della Madonna e una bottiglia di rosolio.

 

Intervista a Gemma Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

nomen omen            

edicola della Madonna
 

Secondo questa leggenda tutte coloro che hanno il nome della Madonna non saranno dannate nell’aldilà. Si narra che un tempo una donna chiamata Maria viveva in “peccato mortale” dando pubblico scandalo. Un giorno le si presentò il demonio nelle sembianze di un giovane, invitandola a seguirlo.

 

Era giunta l’ora della chiamata e quindi intendeva portarla con sé all’inferno. Ella lo seguì seppur guardinga, avendone intuito le intenzioni. Durante il percorso passarono davanti alla chiesa, un tempo tanto disprezzata da lei che passandovi si voltava per dispregio dall’altra parte. Questa volta però non si voltò ed ebbe un attimo di pentito rimorso. Disse quindi al giovane che voleva visitarla, ma il suo accompagnatore si oppose.

 

A nulla valse però tale opposizione, la donna attratta da un misterioso richiamo entrò in chiesa. La seguì il demonio per impedirle di pregare aiuto alla Madonna. La Vergine Santa ebbe pietà di lei e comandò a Satana di andarsene dicendo:

- Va via, Satana, il nome di Maria non andrà giammai all’inferno -.

Al perentorio comando il maligno si allontanò, ma dando alla donna una spinta così forte da spiaccicarla in alto sulla volta della chiesa, uccidendola. Per sua fortuna la donna era già pentita e quindi si “salvò”, la Madonna la condusse direttamente in Paradiso.

 

Tratto da Raffaele Greco, Mendicino. Storia, leggenda folklore, Padova 1959.  Pg. 119, 120.

 

i 13 venerdì            

 

Dal primo venerdì di gennaio e per ogni venerdì fino al due d’aprile coppie di fedeli andavano porta a porta a raccogliere l’obolo per la festa di S. Francesco di Paola, celebrata a maggio con una processione, lotterie e fuochi d’artificio.

 

Intervista a Vittoria Caputo, Mendicino, 13/11/2007.

 

il ricordo            

 

Ogni anno il 12 febbraio viene ricordata la tragedia del terremoto del 1908 accendendo sui davanzali delle finestre lumini a olio. Ancora oggi qualcuno conserva questa usanza.

 

Intervista a Giuseppina Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

l'amicizia            

 

Il “San Giovanni” era un rituale che serviva solennizzare un’amicizia. Il 24 giugno, giorno del santo, la persona interessata regalava un mazzo di fiori o un ninnolo oppure dei dolci. Il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo, colui che aveva ricevuto il dono doveva renderlo con un altro omaggio. Da quel momento i due diventavano compari o comari.

 

Intervista a Giuseppina Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

l'Assunta            

 

Il 15 agosto si celebra la festa dell'Assunta. Nei quindici giorni precedenti per tradizione i mendicinesi ascoltavano la messa e ringraziavano la madonna per il raccolto, con varie offerte, come la sugna (grasso di maiale) ma soprattutto grano. In questa occasione la parrocchia riusciva ad accumulare abbondanti provviste.

 

In quei giorni le celebrazioni delle messa iniziavano nelle primissime ore del mattino per dare la possibilità a chi lavorava nei campi, nei forni o nelle filande, di arrivare in orario sul posto di lavoro. I contadini delle contrade rurali di Pasquali e di Tivolille si recavano in chiesa a piedi, mentre coloro che possedevano carri da buoi li trasformavano in omnibus. All'interno infatti erano sistemate tre panche su cui sedevano i passeggeri. I sacchi di grano da lasciare in offerta in chiesa invece erano appesi alle corna dei buoi.

 

Intervista a Giuseppina Gaudio, Mendicino, 13/11/2007.

 

le luminere            

 

All’inizio della stagione autunnale, nel primo sabato del mese di ottobre, i contadini facevano le luminere, immensi falò che salutavano l’estate trascorsa augurando una buona semina e un ottimo raccolto.

 

Tratto da Graziella Caputo Licursi, Mendicino paese dell’anima. Memoria e identità, Tipografia Di Giuseppe, Cosenza 2005. Pag. 40.

 

 

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