Museo della seta - Mendicino
le filandaie
 

Agli inizi dell’Ottocento, molti proprietari della Calabria Citeriore, dopo aver acquistato i bozzoli dai contadini, ne facevano estrarre la seta in appositi locali, costruiti in primavera e poi disfatti la fine di giugno. Matasse di seta greggia erano prodotte anche dagli stessi coloni con metodi artigianali. La trattura casalinga, come annotava Casella, non aveva bisogno di investimenti e poteva essere fatta con materiali facilmente reperibili nelle abitazioni: «L’attrezzatura comunemente adoperata in Calabria nella trattura della seta dai bozzoli nelle famiglie consiste in un paiolo con acqua che si porta a temperatura poco discosta da quella di ebollizione, una mestola buscherata da cucina con ufficio di passafilo, una spazzola di erica o di saggina, un matassaro, costituito da una canna di determinata lunghezza armata di due spunzoni di legno infissi presso ciascuna delle due estremità della canna medesima, e che serve per raccogliere il filo in matasse»1.

 

I contadini immergevano i bozzoli in caldaie di acqua calda, alimentate a fuoco diretto, per consentire il rammollimento della parte gommosa che teneva unite le volute di bava; quindi, con uno scopino di erica o di saggina, eliminavano i filamenti esterni e individuavano il capo dei fili. Questi venivano riuniti in modo da ricavare un filo unico che era attaccato a un aspo rudimentale (“matassaro”) e fatto passare attraverso un percorso obbligato in modo da renderlo omogeneo. In seguito, il filo di seta subiva altri trattamenti in modo da raggiungere torsione e resistenza idonee per la tessitura.

 

Grimaldi, noto studioso delle industrie calabresi, così descriveva la tecnica della trattura della seta ad “aspo grande”: «Su di una fornace che ogni anno si costruisce, vi si pone una caldaia a fondo piano che riempita di acqua si riscalda ad una giusta temperatura. Si mettono in essa da 40 a 50 bozzoli la volta che si agitano vivamente intorno con una spazzola formata da bacchettine di scopa legate insieme. Quando i capi della seta si appigliano ad essa, si traggon fuori, e ridotti in sei fili si fan passare per altrettanti anelletti di ferro dai quali passano in altrettante girelle; poscia per altri sei anelletti, e quindi si ravvolgono al grande aspo che è secondo i siti del diametro di 6 a 12 palmi, e vien continuamente mosso dall’uomo; e mediante una fune si comunica anche il movimento a’ secondi sei anelletti di cui si è parlato. Gl’inconvenienti che presenta tal sistema sono che la temperatura perché mal si misura dalle mani incallite dei filatori è sovente eccessiva; l’acqua che si adopera è spesso impura e si cangia poco; ed i bozzoli sono battuti senza usare alcuna attenzione. In ogni filanda sono addette due persone»2.

 

Buona parte della seta prodotta era venduta a mercanti stranieri che, spesso, incoraggiavano i contadini a produrre bozzoli e matasse di filo con prestiti e anticipi sui futuri acquisti. I mercanti compravano la seta servendosi di una rete di intermediari locali ai quali delegavano l’acquisto e la spedizione delle “balle” di filati3. La seta meno pregiata, come scriveva Pagani, era lavorata dalle donne per fare stoffe da utilizzare per la famiglia: «In qualche casa privata trovi de’ telai, dove de’ grossi fili tratti da que’ bozzoli, ne’ quali i bachi sonosi trasformati in farfalle, e di quelli più rozzi che si hanno nel trarre la seta, fannosi coltri di varii colori e non prive di eleganza e drappi, di che le contadine usano per cucire le gonne, le quali vestono nei giorni di festa»4.

 

Nel 1850 la gelsicoltura, la bachicoltura e la trattura della seta, grazie a una serie di fattori contingenti, raggiunsero nella provincia di Cosenza livelli di produzione notevoli. Molti imprenditori, poiché la vendita di matasse di seta grezza era particolarmente redditizia, investirono cospicui capitali per costruire filande anche in zone sino a quel momento estranee alla coltivazione del baco. I filatoi della Calabria Citeriore avevano sempre effettuato la trattura col metodo ad “aspo lungo” o ad “aspo grande”, che producevano un filo di media grossezza detto “appalto”, un filo doppio detto “costa” e un filo grosso detto “girella”5. Questa seta era molto richiesta dalle fabbriche del nord perché utilizzata per la trama delle stoffe, ma poiché per l’ordito usavano l’organzino (un filato sottile di alta qualità) molti imprenditori cosentini, attratti dai maggiori guadagni, investirono denaro per impiantare filatoi ad “aspo corto” o “alla piemontese6. Acquistarono mangani, macchinari, bacinelle di rame stagnato, caldaie alimentate a vapore; convertirono in filande case e magazzini nei centri abitati e lungo i fiumi; costruirono grandi e moderni fabbricati. Lo sviluppo della trattura ad “aspa corta” sconvolse anche il mercato e la commercializzazione dei bozzoli, poiché i contadini, piuttosto che estrarre essi stessi la seta, trovavano più conveniente venderli alle filande.

 

L’industria della seta, non più sottoposta come in passato alla forte pressione tributaria dei governi ed esente da contrabbandi e dispute sulla sua commercializzazione, ebbe un forte sviluppo7. In quasi tutti i paesi della Calabria Citra c’erano decine e decine di filatoi ad “aspa corta” e “aspa lunga” che portarono la provincia ai primi posti per la produzione di seta greggia nel regno8. Nel gennaio 1848 a Cosenza erano attivi sei opifici di discrete dimensioni. Ogni fabbrica aveva 16 manganelli e 16 fornelli e impiegava 20 donne e 20 fanciulle che lavoravano da luglio a ottobre. Le operaie percepivano un salario di 30 grana e le fanciulle di 10. Le filande di Pasquale Campagna, Pietro Salfi, Giacinto Rizzo, Vincenzo Mollo e Giuseppe Terunzo avevano una produzione annua di 1.800 libbre di seta, mentre quella di Giuseppe Campagna di 1.4009.

 

Due anni dopo, il Campagna ristrutturò la sua fabbrica, dotandola di una macchina a carbone e attrezzandola con 25 “bacinetti”. I fratelli Ottaviani di Messina costruirono un moderno setificio ai margini del fiume Busento che, per ampiezza e modernità, divenne uno dei più importanti del regno. Il loro esempio fu seguito dai fratelli Zupi che, nel 1851, fabbricarono un opificio con un motore e una macchina a vapore della forza di 12 cavalli, oltre che 47 “bacini di trattrici” e 18 “battitrici”. La filanda, situata a Cerisano, era costata ai due imprenditori oltre 10.000 ducati e produceva una seta che, per qualità e resistenza, si impose subito nei mercati nazionali e internazionali10.

 

L’Intendente della provincia, al termine di una visita al filatoio, non nascondeva la sua soddisfazione: «Giace esso in un sito eminente e ben esposto all’azione benefica del sole, e posciachè vi sei entrato, tu ammiri la simmetria e la opportuna architettura con che fu edificato, l’artifizio con cui le località sono scompartite e destinate quali a contenere i bachi da seta, quali ad uso de’ fornelle e delle caldaie, e quali a fare agire le macchine atte a trarre i preziosi serici fili. Vaste sono le sale e ben ventilate, ed ove le finestre ha d’uopo chiudersi, si apre al di sopra un ben congegnato ventilatoio. Una opportuna tromba innalza l’acqua ai piani superiori, e da per tutto tu vedi una nettezza ed una proprietà che sembrati di essere migrato in una di quelle città d’oltremonte, ove di tali stabilimenti la copia è pari del lusso»11.

 

Sempre agli inizi degli anni cinquanta, un’altra grande filanda fu fatta edificare da Luigi Martucci e Raffaele Giudice nei pressi del fiume Busento: il solo locale era costato 1.200 ducati, le macchine a vapore (6 cavalli), il forno e i 64 fornelli 3.000. Il capitale impiegato variava annualmente da 20 a 30 mila ducati. Come combustibile per i mangani occorrevano 2.000 cantaja di legna all’anno, più il denaro per pagare i salari alle 91 donne e ai 25 uomini impiegati nello stabilimento. La produzione era soddisfacente: 6.000 libbre di seta all’anno per un valore di 30.000 ducati. Una terza filanda, situata in un moderno capannone, fu fondata a Cosenza da Luigi Parisio e aveva 15 bacinetti e 100 operaie12.

 

Nel 1855 Ferdinando Scaglione e Vincenzo Maria Greco, rispettivamente presidente e segretario della locale Società Economica, così scrivevano al ministro sullo sviluppo dell’industria della seta nella Calabria Citeriore: «L’industria serica, principale sorgente di ricchezza della nostra provincia, procede con quel medesimo buono avviamento che notammo nelle precedenti relazioni. Le sete organzine tratte indistintamente presentano pregi tali che le rendono preferibili a quelle di molte altre Provincie, e rivelano rispetto alle antiche un’immegliamento che annualmente si avvanza. Quelle poi che si traggono nei filatoi di Pasquale Campagna ed Ottaviani in Cosenza e Zupo in Cerisano, non lasciano che poco a desiderare onde aggiungere, se non superare il paragone colle più pregiate del reame. Nel corso del 1854, tale era la finitezza e perfezione che dava il Campagna alla sua seta, da spedirne in mostra alla esposizione che avrà luogo in Parigi. I miglioramenti introdotti dal sig. Giambattista Zupo nel suo prezioso stabilimento fondato in Cerisano, lo hanno elevato a tale da potersi dire pienamente fornito di tutto il bisognevole all’ottima riuscita della industria. Di non minore importanza sono quelli del sig. Ottaviani in Cosenza, e la seta rispettivamente tratta nei due filatoi ha più che per lo innanti gareggiato in quest’anno colle migliori della capitale. La seta ad aspro lungo ossia appalto, continua a manifatturarsi in Rende, Marano, San Fili ed altri comuni del primo distretto. La Girella e la Costa si traggono parimenti nei soliti luoghi, e la prima specialmente in quasi tutti i distretti di Paola, Castrovillari e Rossano»13.

 

L’entusiastica relazione dei due non era esagerata. Nei vari distretti della provincia, oltre alle filande di seta col metodo ordinario, c’erano decine di opifici ad “aspa corta” o alla “piemontese”. Nel 1854, il ricco proprietario Cardamone costruì un moderno filatoio nel comune di Parenti e, più tardi, un altro sorse a Scigliano per iniziativa di Giuseppe d’Elia. Una filanda con 25 bacinetti venne impiantata da Angelo Quintieri a Carolei, una a Rossano da Fedele Cianciaruso, una a Bisignano dai fratelli Rende, una a San Marco dal barone Campolongo e, infine, una a Morano dai fratelli Aronne che chiamarono due maestri d’arte stranieri per dirigerla14.

 

Nel 1857 c’erano filande di seta all’organzino in quasi tutti i paesi della Calabria Citeriore: quattro filatoi a Rende, diretti da altrettanti capi d’arte, con 9 uomini e 61 donne; due a Fagnano con 24 operaie; una a Cervicali con 9 maschi e 20 donne; una ad Amantea con 98 donne e 7 maschi; tredici a San Fili con 161 donne e 13 maschi; dieci a Fiumefreddo con 40 donne e 10 capi d’arte; otto a Fuscaldo con 82 donne e 8 maschi; sei a Longobardi con 104 donne e 6 maschi; una a Parenti con 13 donne e 1 capo d’arte; quaranta a Mendicino con 320 donne e 30 maschi; quattro a Castelfranco con 46 donne e 5 maschi; due a Marano Principato con 21 donne e 1 maschio; otto a Paterno con 83 fanciulle e 8 capi d’arte; nove a Domanico con 62 operaie e 8 maschi; 4 a Dipingano con 144 donne e 4 maschi; due a Scigliano con 36 uomini e 36 donne; quarantanove a Carolei con 49 maschi e 440 donne; una Rota Greca con 2 maschi e 7 donne; una a Carpanzano con 8 donne e 1 maschio; una a Lattarico con 9 donne; cinque a Bisignano con 61 donne e 5 maschi; due ad Acri con 38 donne e 4 maschi; due a Sammarco con 24 donne e 2 maschi; una a San Lucido con 12 donne e un capo d’arte; sei a Grimaldi con 64 donne e 6 capi d’arte; una ad Altilia con 24 donne e 1 capo d’arte; due a Spezzano Piccolo con 24 donne e 2 maschi; cinque a Lappano con 20 donne e 10 maschi; una a Cerzeto con 7 donne e 2 maschi; una a San Martino con 8 donne e 1 maschio; una ad Aiello con 12 donne e 1 capo d’arte; due a Spezzano Albanese con 20 donne e 2 capi d’arte15.

 

I capi d’arte dirigevano le fabbriche e controllavano le varie fasi della produzione. La trattura era un processo molto delicato e tanto più la seta era lucente, fine, resistente ed elastica, tanto più aumentava il suo valore commerciale. Furono soprattutto i padroni dei filatoi di seta ad “aspa corta”, non essendoci in provincia una grande tradizione per trarre seta organzina, a chiamare a dirigere le proprie fabbriche “maestri trattori” provenienti da altre regioni16. I “capi d’arte” delle filande più piccole, erano spesso gli stessi proprietari e, il sindaco di Carolei, compilando una statistica ministeriale sui filatoi della provincia, precisava: «Il numero 49 segnato nella casella de’ capi d’arte si porta non compreso nel totale a ragione che tal cifra rappresenta sì i capilavoro, ma in effetti costoro sono i padroni del prodotto animale, a cui non si può calcolare alcun salario attesocchè dessi essendo i proprietari delle fabbriche, sono in conseguenza i salarianti»17.

 

A differenza che in passato, la manodopera impiegata nelle filande, a parte qualche assistente per la manutenzione dei mangani e per tenere i libri contabili, era interamente femminile18. In genere le filandaie avevano dai 16 anni in su, ma molte erano più piccole. Nei filatoi di Cervicati, ad esempio, vi erano 11 fanciulle, in quelli di Mendicino 120, in quelli di Carolei 66, in quelli di Bisignano 31, in quelli di San Fili 76; in quelli di Parenti 16 giovinette dai 9 anni in giù. A Carolei vi erano 328 donne adulte, 66 con una età variabile tra i 16 e i 12 anni, 18 tra i 12 e i 9 e 28 con età inferiore ai 9 anni19. Gli uomini continuavano a lavorare solo in qualche fabbrica ad “aspa lunga”. Ad Acri, nel 1857, nelle filande col “metodo ordinario” erano impiegati uomini e in quelle col “metodo all’organzina” donne: «a) in n. di 24 di “seta girella grezza”, nelle quali lavorano, per la durata della sola estate, per 10 ore giornaliere, 48 adulti e 24 giovinetti dai 12 ai 9 anni, tutti maschi. I primi percepivano “grana 12 per ogni libbra di seta operata” e nulla gli apprendisti; b) in numero di due quelle di “seta organzina”. Vi lavorano – d’estate e d’autunno, per 10 ore giornaliere – 2 donne, capi d’arte, 4 operai adulti, 26 operaie adulte e 10 giovinette dai 16 ai 12 anni. Le due capi d’arte e le 26 donne percepivano da 6 a 4 carlini, i maschi da 4 a 2 carlini, nulla le 10 giovinette»20.

 

I turni di lavoro delle filandaie erano massacranti. Nel 1857 molti sindaci, rispondendo a una inchiesta del governo, dichiararono che le operaie «faticavano dal sorgere del sole al tramonto del sole», altri comunicarono che le operaie lavoravano almeno 12-13 ore al giorno e solo qualcuna 10 ore21. In fabbrica le lavoratrici non dovevano mai distrarsi e “maestri trattori” e proprietari le sorvegliavano per controllare che lavorassero alacremente. Durante la giornata c’era solo una piccola pausa per il pranzo o come spesso si ironizzava, quando passava un morto, poiché, si pensava che filare la seta avrebbe allungato il soggiorno in purgatorio.

 

Le operaie, in genere, lavoravano dalle cinque del mattino alle cinque del pomeriggio. Alcune essiccavano i bozzoli nelle stufe per evitare lo farfallamento e li dividevano a seconda della grandezza per trattarli in maniera differenziata. La cernita dei “cuculli” era importante, poiché alcuni erano danneggiati dal cattivo “imboscamento”, altri doppioni o “calcinati”, altri presentavano macchie nerastre, rossastre o verdastre. Le “scopinatrici” li immergevano nell’acqua calda per rammollire il rivestimento gommoso e per trovare il capo della bava da dipanare. Anche la fase della scopinatura era un’operazione delicata poiché, se fatta male (magari con l’acqua a temperatura non costante), rovinava i bozzoli e provocava danni irreparabili al filo di seta. Le operaie più esperte erano le filatrici che avevano il compito di scegliere i capi dei fili della bava e attorcigliarli l’uno all’altro per ottenerne uno solo compatto e uniforme. Appena ricevuti i fili dalla “scopinatrice”, dovevano essere velocissime altrimenti i bozzoli, lasciati troppo tempo in acqua, si maceravano. Con la mano sinistra reggevano lo “struso” e con la destra purgavano le bave aggrovigliate dei bozzoli, quindi “incannavano” i fili facendoli passare dall’aspo al rocchetto e li trattavano per renderli omogenei, flessibili, sottili, morbidi e brillanti. Ad aiutarle avevano un’assistente che aveva il compito di riannodare i fili rotti e di pulire le rotelle e i guidafili dalla sericina, che provocava incrostazioni danneggiando il filato. Tutte le operazioni dovevano essere condotte delle operaie con la massima attenzione per evitare che le matasse di seta presentassero difetti e quindi diminuirne il valore commerciale22.

 

Le operaie specializzate, guadagnavano dai due ai quattro carlini al giorno, mentre le altre percepivano una paga che andava da uno a due carlini e le fanciulle guadagnavano “un carlino in sotto”. Le apprendiste, come le 23 fanciulle impiegate nelle filande di Rende, ricevevano solo “regalie”. In alcuni filatoi i proprietari mettevano a disposizione delle donne che arrivavano dalle lontane campagne un dormitorio dove riposare e, a volte, davano loro qualcosa da mangiare. Le filandaie di San Fili, ad esempio, avevano «due libbre di cacio in ogni mese di lavoro» e quelle di Lago «oltre il salario sei once di carne, due giorni la settimana e della frutta»23.

 

Nelle filande faceva molto caldo, poiché si lavorava soprattutto in estate e con le finestre chiuse per mantenere la temperatura costante e per evitare che le correnti d’aria spostassero i fili negli aspi. Inoltre, a causa dei bozzoli e delle crisalidi cotte, si respirava un vapore nauseabondo. Anche all’esterno dei setifici, quasi tutti situati nei centri abitati, l’aria risultava così “appestata” che le autorità, spesso, dovevano intervenire per costringere i proprietari a prendere dei provvedimenti. Le acque residue dell’ebollizione dei bozzoli dovevano essere incanalate in condotti coperti e portate fuori dal paese, mentre i bachi morti dovevano essere trasportati in aperta campagna.

 

Il caldo soffocante, l’aria fetida, i turni massacranti, il rumore assordante, il contatto con compagne inferme e la cattiva alimentazione favorivano la diffusione di varie malattie. Ad esempio, le fanciulle addette a trovare il filo dei bozzoli nelle bacinelle, sempre a contatto con l’acqua calda, avevano le mani gonfie e martoriate che, per trovare sollievo, di tanto in tanto immergevano nell’acqua fredda.

 

Non abbiamo relazioni dettagliate sulle condizioni di lavoro delle filandaie, ma è interessante quanto si legge in un giornale cosentino del 1864 sulla vita delle operaie di una fabbrica di liquirizia: «Le donne erano venti, tutte in fila con avanti un tavolello di noce, e ciascuna con un utello alla sua destra. Il capoconcaro scodellò nel mezzo del tagliere un pastone tuttavia bollente; le meschinelle vi versarono sulle mani un filo di olio dall’utello, e con l’estreme dita spiccarono della pasta scottante, facendo siffatti versi col volto che ci mossero il riso. Nessuna canzona, nessun motto arguto allegrava il lavoro: il fattore andava sossopra per ogni nonnulla, e punto che l’opera gli paresse abborracciata, e punto che una donna si disistancasse, egli era sempre lì a frugarle le spalle col suo maledetto legno. Quando la pasta fu mediocremente ammazzerata, le donne raddoppiarono il maneggio: i lombi, i polsi travagliarono con più lentezza, ma con forza maggiore; il dorso delle mani si fe’ turgido e livido il sudore gocciò dalla fronte. – Per ridurre allora la pasta più obbediente ed arrendevole vi sputarono sopra, si sputarono sulle mani, il che facendoci stomaco bastò a toglierci da quel luogo (…) E sfogliandosi quelle croste con l’ugne, continuò: Bisogna che la liquirizia si assodi a furia di sputarvi sopra, e di maneggiarla; bisogna che, come un pane biscottato, vada, cadendo a terra, in mille frantumi; e per condurla a tali termini si richieggono polsi di acciaio. Poi non si è verso da far contento il fattore; quando gli anellini non gli sembrano sodi abbastanza, gli disfà, e rimette nel caccavo, e liquefatti e bollenti vuole che si rimpastino. A non scottarci le mani le ungiamo di olio; e ne avessimo almeno a sufficienza! Spesso dobbiamo comprarlo di nostro. La mattina ci si accorda un po’ di tregua, e ci mettiamo al lavoro con due ore di sole alzato; e spendiamo quel po’ di tempo ora a fare il pane, ora a lavare, ed imbucare i panni agli uomini nostri (…) Poi l’orologio ci chiama al favolello, e tranne cinque minuti che ci accordano a mezzodì per mangiare, non ci togliamo dal tagliere prima che il pastone scodellato dal capoconcaro non sia ridotto a bastoncelli. E così lavoriamo a notte adulta, e spesso con la febbre addosso; perché il fattore è un cane, che non ci conta la giornata quando siamo malatelle (…) Qui non si soffrono, signore, né chitarre, né tamburelli: il concio è un lutto. Ed alle povere donne è vietato finanche il riso, perché tra noi non manca alcuna, a cui il fattore dà il bruscolo, ed ella, superba di essersi messa nella grazia di lui, ci fa la fattoressa addosso, né si può dirle: Fatti in là. Io poi son maritata, ma come non fossi; qui le mogli si dividono barbaramente dai mariti, e questi per vederle alla macchia pagano una multa. Sì, mio buon signore. Quando il sole è caduto, la manifattura si chiude; e chi si trova fuori resta fuori, sia che piova, sia che nevichi. E quando alla dimani rientra nella fabbrica, paga 85 centesimi di multa. Or mio marito per vedermi finge, quando il sole è presso al tramonto, di fare un po’ di corpo, ed esce. La fabbrica si chiude, ei vi rientra alla dimani, e paga la multa. E così il nostro meschino guadagno di sei mesi se ne va tra le multe, spese di medicine, e di elemosine. – Oh! Ma voi così povere come potete fare l’elemosina? – La malatella sorrise, e rispose: La limosina non si fa da noi, ma dal padrone, e si paga da noi: e nell’anno passato vi ebbe un tremuoto, e il padrone ci fe’ sapere che, avendo dovuto soccorrere ai danneggiati del tremuoto, intendeva ritenersi tre lire dall’avere di ogni concaro o d’ogn’impastatrice»24.

 

La vita delle donne che lavoravano nelle filatoi era, per molti versi, simile a quella delle filatrici che lavoravano in casa e di cui parla Padula: «E così la vita della filatrice è la più meschina, e nondimeno è la prima e la più comune. Di verno le vecchie e le ragazze si mettono a filare al sole sotto le grondaie dei tetti, mentre i ghiacciuoli lentamente si squagliano. Le vecchie rammentano il passato, e le ragazze fanno la filangola»25. A volte, mentre lavoravano, per darsi forza, le filatrici cantavano appassionate canzoni d’amore: «Puru ‘mmienzu alli stienti, passu allegra la vita ura pped’ura. Nun tiegnu nulla cura, nun haiu patri o parienti, nun tiegnu amici e senza gelosia scurri la vita mia! E ‘nsiem’alli compagne sparu li mia canzoni appassionati; ‘ntronanu li vallati, li munti e li campagne e ‘nu difriscu sientu intra lu pietti ‘nu spuocu, ‘nu riggiettu»26.

 

 Le matasse di seta prodotte dalle filandaie, servivano per fabbricare tessuti di lusso riservati all’alto clero, agli aristocratici e ai ricchi borghesi. Il viaggiatore Cesare Malpìca, dopo una visita a un “opificio per la seta” situato lungo il Crati, osservando il lavoro delle operaie intorno alle bacinelle e agli aspi, annotava amaramente nel suo diario: «Se fossi agronomo o industrioso! Avrei guardato con altr’occhio quell’ampia sala terrena, ove il lavoro di tante donzelle è sorgente di ricchezza. Ma non ne intendo nulla, assolutamente nulla. Solo ho potuto poetizzare l’ammirevole lavorio, e benedire i prodigi di Colui che creava una foglia per un verme, nato da un seme impercettibile, e da questo verme, nutrito da quella foglia facea che si cavassero que’ fili sottilissimi, lucidi e morbidi, che tessuti danno la più bella delle stoffe; la stoffa per voi o ricchi, per voi o voluttuosi, per voi o damine, che usandola non sapete quanti prodigi, e quante cure si compirono e s’impiegarono, pria che da seme chiuso in impalpabil guscio divenisse stoffa per voi!»27. E Arcà aggiungeva: «Ma prodigata la giusta lode agli industriali dobbiamo, del pari, segnalare lo sfruttamento che essi fanno del lavoro di più che 1000 donne e fanciulle adibite ai pesanti lavori della filanda. I salari sono scarsissimi – non toccano nemmeno una lira giornaliera. Le ore di lavoro superiori alle undici, le interruzioni troppo brevi, la disciplina ferrea, le multe troppo facilmente imposte»28.

 

Commovente e amara è anche la poesia di Scervini su una giovane filandaia del suo paese: «Sona la campanella, sùsiti, vita mia, ch’è fattu juornu. Tutta stonata iu tuornu alla mia concarella; povara turturella scumpagnata, ‘ngalera cunnannata! La capumastra è n‘orca, lu patrunu è ‘nu corsu scatinatu, teni la vucca sporca, ‘na vuci de spirdatu. Càvuci, bastonati, sucuzzuni su’ la paga chi duna! De sita strilucenti vanu vestuti tutti li signori, regnanti, ‘mperaturi, e quantu intra li genti ci su’ magnati, ricchi, stravaganti, li madonni e li santi; a mia la sciorta ‘ngrata nu’ mi duna de stuppa ‘na gunnella! Puortu ‘na vitranella strinta ‘ncapu ligata e ‘nu strazzullu, a zibiettu a zibiettu, mi cummoglia lu piettu! Stu coru troppu ardenti intra lu sangu miu coci e si vulli, cumu fau li cuculli dintra st’acqui vullenti. Coru mia affrittu, coru appassionatu, cumu ti viu chiagatu! Nisciunu giuvaniellu mi ‘ncatinatti l’arma intra lu piettu, nun sientu null’affiettu, sulu ‘nu mungibiellu vruscia ‘ntenieru la mia vit’affritta de sdegnu e de minnitta. Cà nun avia sett’anni e la vita alla conca cunzumai; la tinta nun guardai chi cosa eranu ‘nganni! Prima ‘e du tiempu mia, senza l’amuru, piers’ ‘u coru e l’onoru! Si ccu’ surda mannara iu spaccari potissi tutti quanti li cori de l’amanti, st’anima, para para de la furnaci ardenti intra lu fuocu riposerai ‘nu puocu! ‘Nu cacchiu vorrai fari de sita chi ‘nu truonu nun rumpissi, ed iu chi ci vidissi ‘mpisi ppè l’aria stari l’uomini de la terra, a milli a milli, attaccati alli stilli! De tutti abbannunata n’odiu tiegnu feruociu chi nun passa nu’ ‘nfiernu chi ‘u mi lassa. De nullu fuozi amata! Errama, affritta, chi? Ma chi mi resta intra ‘ssa gran timpesta?»29.

 

Le filatrici erano consapevoli di fare un mestiere infelice, ma erano contente perché, almeno, stavano tra donne: «Vuogliu ‘mparari n’arti travagliusa, chiù pe’ dispiettu de la vita mia; vuogliu ‘mparari l’arti de lu fusu pe’ stare cu li donni ‘ncumpagnia»30. (Voglio imparare un’arte faticosa, per maggiore disprezzo della mia vita, voglio imparare l’arte del fuso, per stare delle donne in compagnia). In un’altra canzone dicevano che tutto sommato era meglio essere nubili che spose: «A ronna quannu è schetta va pulita, ca’ à d’essari re tutti riguardata, se pure la vuri quannu se marita, ha li capilli all’uocchi, e va scigata. Se vota e rice lu malu maritu: ‘Duve te jiu la pompa, sciagurata?’. Ille se vota contra lu maritu: ‘Tu mi hae fatto riruciari a su statu”. (La donna, quando è nubile, è ben vestita, perché deve essere guardata da tutti, poi se la vedi quando è maritata, ha i capelli sugli occhi, ed è tutta lacera. Si volta e le dice il povero marito: ‘Dov’è andata a finire la tua eleganza, o sciaugurata?’ Ella si volta contro il marito: Tu mi hai fatto ridurre in questo stato»)31.

 

Le filandaie lavoravano dodici ore al giorno in fabbriche anguste e maleodoranti, ma ricevevano un salario e, quindi, avevano una mentalità diversa dalle altre donne. Secondo Julia vestivano bene, erano altezzose e quando passeggiavano per le vie del paese, muovevano una certa invidia: «Vidìtila, guardàtila, cà veni: ti fa la caminata alla sciampagna! Intra ‘ss’uocchj grupilli chi ci teni, ‘mmienz’u piettu chi ci ha si ni spagna? Cumu si cotulìa ‘ssa bella mastra ‘e sita! ‘I genti ‘e ‘mmienz’a via ‘a cridinu ‘na zita… ‘A vesta nova e lu sinalu finu, ligatu ccu’ ‘na virdi ragarella…‘U miegliu mastru l’ha fatt’u scarpinu, e ppe’ pocu ‘un ci ha mis’a cioncianella. Cumu si cotulìa, ecc. ‘U miegliu sapunettu illa s’accatta; va supr’a vita chi nun si po’ diri! Alla mamma ch’u’bo li dici: – Sc-catta: iu fatigu e cussì iu vuogliu jiri!... Cumu si cotulìa, ecc. Matina e sira, ‘u zitu nu’ la lassa. E l’addimmanna si ci port’amuri, illa ‘u rispunni, e ccu’ chid aria passa, cumu s’avissi cientu servitori… Cumu si cotulìa, ecc.»32.

 

La loro condizione economica le rendeva autonome al punto da poter scegliere liberamente il proprio marito. Tommaso Mazzei, in una poesia, così scriveva sulla rabbia di un innamorato respinto da una filandaia di Acri: «Alla filàngul’e Carru Melitu c’è ‘na figlia de conzaquadari: àvuta e longa, cumu ‘nu spitu, cogli li ‘mposti e nenti sa fari. Illa si cridi d’essar’a rigina, vo’nu maritu cumu ‘nu barunu e ricchizzi ‘ni voli ‘nzinifina, ma cum’ e Scionta si l’è de pigliari; ppe’ dota porta tuttuquant’u Sc-chitu, de biancaria n’inchj ‘nu panaru. Iu su’ figliu ‘e tamarru, ‘un su’ struitu ma tu, ‘i paroli sapèlli mazzicari»33.

 

Delle filandaie non c’era da fidarsi poiché producevano filo e il filo serviva per “legare” le persone34. Esse avevano poteri magici, spesso facevano fatture ed erano ingannatrici. Una storia del cosentino raccontava di una bella filandaia incantatrice che era riuscita a sposare il re fingendo di essere incinta: «Tre povere filatrici filavano: l’ultima sorella alla fine, riponendo il fuso, diceva: “Vieni, vieni, re sonno; pigliati una sedia e siedi qui intorno”. Ora, il re di quel paese non ritirandosi da più tempo a dormire in casa, la madre avea commesso al cameriere di spiarne i passi. Il cameriere, passando innanzi l’uscio delle tre sorelle, intese le loro parole, e le riferì alla regina, che, credendo che il figlio andasse a passare la notte con le tre belle filatrici, mandò ad esse il cameriere con un regalo. “E’ vero che il re viene qui?”. “E’ vero”, rispose la piccola. “E chi ama di voi?”. “Me”, ripigliò la piccola. Dopo ciò i regali della regina crebbero di numero e di valore. La filatrice alla fine si finse gravida, mettendosi stoppa sotto la gonnella. I regali aumentarono. Alla fine dovea figliare. Che fo, e che non fo? La fanciulla veste il coppo (ramaiolo) da bambino, e lo mette nel soffitto. Passano le Fate e dicono: “O bel pupolo di legno, di regnare sei tu degno”. Ed issofatto lo fan vivo. Fu portato alla regina, e questa costrinse il figlio a sposare la filatrice»35.

 

Le donne della Calabria Citeriore nella metà dell’Ottocento avevano un peso rilevante nel settore industriale, di gran lunga più importante di quello degli uomini. Manodopera femminile era impiegata e preferita nelle fabbriche di fiammiferi, pasta, dolci, pane, pettini, cesti e altri prodotti artigianali; inoltre centinaia di donne erano presenti nei cantieri stradali, concerie, industrie laterizi, segherie, frantoi e fabbriche di liquirizia. La maggior parte era,  comunque, impiegata negli opifci tessili e nei telai casalinghi. Secondo un censimento del 1861 nell’industria manifatturiera e artigianale della provincia erano addette ben 59.911 donne, contro 18.641 maschi; dieci anni dopo, il loro numero scese a 50.298 unità di cui 47.398 lavoratrici tessili e 2.141 impiegate nelle fabbriche di vestiti36.

 

Il lavoro fianco a fianco nelle filande, la condivisione della fatica, i continui soprusi dei padroni, i salari di fame e nessuna forma di assistenza avrebbero dovuto sviluppare nelle operaie una coscienza sindacale, ma, a quanto pare, non vi furono forme di associazionismo per difendere i propri diritti. Le donne che lavoravano in fabbrica lontane dagli spazi domestici, non erano ben viste dalla comunità e le stesse società di muto soccorso, che nei loro statuti facevano largo abuso di parole come fratellanza, libertà, solidarietà e uguaglianza, non prevedevano la loro iscrizione o ponevano condizioni restrittive. La Società Operaia di Rossano non ammetteva donne che avessero vissuto una «vita immorale e contraria ai buoni costumi»; quella di Cassano Ionio e quella di Civita prevedevano che le lavoratrici «in stato pupillare» venissero rappresentate in assemblea da mariti, fratelli e tutori; quella di San Demetrio Corona accettava le donne purché di «illibati costumi, oneste e laboriose», ma non permetteva loro di partecipare alle riunioni e soprattutto escludeva «quelle donne che si fossero rese colpevoli per reati comuni o per insubordinazione ai loro mariti». Solo la società di Laino consentiva alle donne una partecipazione limitata: lo statuto prevedeva che esse fossero «elettrici non eleggibili»37.

Il mancato processo di emancipazione e di liberazione delle operaie, era dovuto anche alla loro particolare posizione nel processo di produzione: il loro lavoro non richiedeva una grande specializzazione, erano facilmente sostituibili e quindi costantemente ricattate dai padroni38. Spesso andavano a lavorare malate e, quando non si reggevano in piedi, per non perdere il posto, si facevano sostituire da parenti o amiche. Nelle filande erano divise al loro interno poiché avevano mansioni diverse e paghe differenziate. I salari variavano, anche in relazione al numero di matasse prodotte: le operaie che producevano più di quanto stabilito dal padrone erano premiate, mentre quelle che producevano di meno erano multate o licenziate.

Ma la ragione di una mancata coscienza operaia, era dovuta soprattutto al fatto che la maggior parte dei filatoi erano attivi solo per alcuni mesi dell’anno (in genere da giugno a settembre), per cui le donne consideravano quel lavoro come stagionale, così come quello della raccolta delle olive, della mietitura e della vendemmia. Nelle filande di Fagnano, Cervicati, Amantea, Lago, Fiumefreddo, Longobardi, Parenti, Mendicino, Dipignano, Domanico, Carolei, Rota, San Marco e Montalto si lavorava per quattro mesi; in quelle di Marano Marchesato, Grimaldi e San Lucido per sei mesi; in quelle di Aiello, San Fili, Castelfranco, Paterno, Scigliano e Carpanzano per tre mesi; in quelle di Bisignano e Altilia per cinque mesi; in quelle di Fuscaldo da giugno a novembre; in quelle di Acri «in estate e autunno»; in quelle di Cerzeto da giugno a settembre; in quelle di San Martino da luglio a tutto ottobre; in quelle di Paola «nei mesi d’estate e d’autunno»39. Questi opifici, dunque, non alteravano i rapporti di produzione dominanti e rimanevano profondamente ancorati alla produzione agraria.

 

Proprio nel momento in cui le filande della provincia avevano raggiunto un notevole sviluppo si registrò una grande crisi del settore, dovuta ad una forte contrazione della richiesta di seta sul mercato mondiale a vantaggio di tessuti meno costosi come lana, lino e cotone.

 

Verso la fine degli anni cinquanta, alcuni importanti e moderni opifici ad “aspa lunga”, nonostante i filati si fossero imposti sui mercati europei per qualità, resistenza e fattura, dovettero chiudere. Già nel 1853, l’Intendente scriveva che nella Calabria Citeriore «il lavoro della seta ad aspa lunga non era in costante abbandono, anzi quasi generalmente era in uso», ma rilevava che da qualche anno c’era una certa crisi, indicandone le ragioni «nell’eccessiva estrazione de’ bozzoli che da’ forestieri e fabbricanti di seta alla Piemontese si era fatto a condizioni molto vantaggiose a’ venditori» e «nell’eccessiva estrazione de’ bozzoli stessi e nel minor guadagno che i proprietari ed industrianti ne avevan ritratto, esitandoli non manifatturati!»40.

 

La Società Economica confermava le preoccupazioni del funzionario: «Due ostacoli però come notammo nella relazione del 1853 si frappongono alla conservazione di siffatta industria. Il primo sta nel risparmio maggiore e miglior qualità che al dire di molti industrianti produce la trattura dell’orsoio, il secondo nell’incetto smodato dei bozzoli che da più anni in qua i forestieri hanno fatto elevandone il prezzo ad altissima meta, e nel guadagno maggiore e sicuro che i proprietari ritraggono vendendo i bozzoli grezzi, anziché manifatturandoli come prima e smerciando la seta. Queste considerazioni danno argomento, se non a distruggere la industria della seta lunga, a restringerne certamente la trattura, dal che non può risultare vantaggio, ponendo mente al bisogno che si ha di sopperire colla detta seta all’esigenze della sartoria»41.

 

Nel 1857 la maggior parte degli opifici ad “aspa lunga” che lavoravano su scala industriale finirono col chiudere. A Mendicino, uno dei più importanti centri di produzione della provincia, vi erano rimaste solo tre filande di seta ordinaria di cui due con 30 caldaie e 12 fornelle e una con 6 caldaie e 6 fornelle. Le operaie erano pochissime e, oltre al salario, in occasione della festa del santo protettore ricevevano «un complimento in denaro». Ad Acri le manifatture ad “aspa lunga” erano ventiquattro, ma si trattava di piccoli filatoi che occupavano complessivamente 72 operaie, le quali lavoravano nella sola estate a 12 grana per ogni libbra di seta prodotta, mentre le apprendiste non percepivano alcun salario. Anche a San Marco vi erano due filande col “metodo ordinario” dove erano impiegate complessivamente 24 donne, ma il sindaco del paese avvertiva che erano ormai in crisi: «Poco se ne lavora per essersi stabiliti i filatoi di organzina, e quasi la girella si è posta in disuso, eccettuatene un migliaio di libbre manifatturate in quest’anno, mentre negli anni passati se ne manifatturavano quattro o cinque mila libbre, e nel venturo anno più poco anzi nulla se ne lavora atteso ognuno si vende i bozzoli ai proprietari delle macchine organzine»42.

 

Le filande all’organzino, al contrario, continuarono a produrre grandi quantitativi di seta, ma dopo alcuni anni anch’esse, per cause diverse, andarono in crisi43. La più importante è da ricercare nel fatto che la produzione di filati era strettamente dipendente dalle congiunture economiche esterne alla regione e perciò difficilmente prevedibili. Se in certi periodi la domanda estera richiedeva matasse di seta di ogni tipo, in altri preferiva quelle tratte col metodo ad “aspa lunga” e in altri ancora quelle ad “aspa corta”. In certi anni, addirittura, gli industriali del nord si mostravano disponibili all’acquisto dei soli bozzoli, che trattavano nei loro opifici tecnologicamente più avanzati.

 

Gli imprenditori cosentini, da parte loro, si mostravano restii ad avviare processi di ammodernamento delle fabbriche e, ancora di più, a creare industrie per le successive fasi di lavorazione della seta, come la torcitura, la tintura e la tessitura44. Due decenni prima, un socio ordinario della Reale Società Economica sosteneva l’importanza di lavorare la seta greggia prodotta in abbondanza nella provincia: «La varietà della filatura con gli argani produce delle specie apprezzabili non poco delle nazioni estere, ed apprestano il materiale lavorabile alle stoffe, a’ drappi, a’ nastri, a’ fiori, ed a’ velluti. La Francia a malgrado che poco ne faccia ricolto, ma abbondevole acquisto a mercato, tiene il primo luogo per la perfezione de’ lavori. L’Italia il secondo, e le fabbriche di S. Leucio il terzo. Non è da spregiarsi la Sicilia, anche manifatturiera, né Catanzaro che de’ suoi drappi sta facendo buon partito. Fosse desiderabile che Cosenza, dov’è il centro del commercio della seta, abbia delle fabbriche e de’ filatoi; e possa nascere nel suo seno questo cespite di drapperia, da cui ritrarrebbe grandissimo vantaggio: e tanto più che nulla a desiderar vi fosse per la qualità della seta, come quella di costa, appalto fino, girella ed arganzina, specie che tutte vi si tirano, e che potrebbero fornirci materia di bei lavori, ed abbondevole»45.

 

 Molti proprietari, come in passato, erano speculatori più che industriali e spesso allestivano piccoli opifici che producevano filati di pessima qualità e quindi poco competitivi sui mercati. Agli inizi del Settecento, nel cosentino si denunciavano così “gravi difetti” nel modo in cui si producevano i filati che i responsabili dell’Arrendamento delle sete suggerivano al governo di imporre a coloni e proprietari un altro tipo di trattura46. Verso la fine del secolo, Caracciolo scriveva che i padroni delle filande calabresi e i loro “maestri trattori”producevano una “cattiva seta”, poiché puntavano più sulla quantità che sulla qualità: «Acciabattando lavoravano in una giornata molti più follari del dovere, tirando su come viene viene, e facendo andar sull’aspo, come se fosse seta, anche le malafre (…) I nostri fabbricanti mancano tutti nella cognizione principale della loro arte, cioè nella cognizione del titolo o sia calibro del filo»47. Anche Greco, diversi anni dopo, confermava che la scarsa qualità delle matasse di seta prodotta nella regione dipendeva dal fatto che i proprietari investivano poco e volevano produrre molto: «Le piccole fabbriche nella più parte danno delle sete mediocri. Il difetto secondo le vedute de’ buoni industrianti dipende primamente dalle ristrette finanze di que’ filandieri che si studiano di ritrarre con poca spesa più quantità di seta che sia possibile da’ loro bozzoli, senza curarne la qualità; però li adoperan senza distinzione di qualità»48.

 

Per salvaguardare la qualità dei filati prodotti e per punire coloro che non rispettavano le regole dell’arte, le autorità di tanto in tanto minacciavano di effettuare ispezioni nelle fabbriche dove si svolgeva la trattura, ma le multe erano irrisorie e la maggior parte dei proprietari riusciva ad eludere la sorveglianza.

Un altro elemento che contribuì alla crisi delle filande negli anni sessanta fu una grave malattia dei bachi. La “pebrina”, o “mal di sega”, così veniva chiamato questo morbo, faceva perdere l’appetito ai bigatti, che si raggrinzivano e presentavano macchie nerastre sul corpo. Il filugello aveva difficoltà ad arrampicarsi sulle conocchie, si trascinava «come per voler fare il suo lavoro e vi moriva» o «dopo una lunga lotta visibilmente penosa con le proprie forze, arrivava a compiere un bozzolo trasparente entro il quale rimaneva sepolto, o una tela pari a quella del ragno, o poche fila di essa senza alcuna forma»49.

 

Gli effetti della pebrina furono talmente disastrosi che, in pochi anni, la produzione di bozzoli si dimezzò50. Nel 1865, il segretario perpetuo della Società Economica, sconsolato, comunicava ai suoi colleghi: «Signori, la Pebrina del baco non è più sporadica appo noi. Dopo aver percorso tutta l’Europa setifera e meglio diremo l’oriente e l’occidente, eccola nella settentrionale Calabria con tutto il treno dell’epizoozia (…) Nel 24 giugno dello andante anno privasi il primo mercato dei bozzoli in questo capoluogo, ma quantunque il numero dei venditori fosse stato così scarso da novarsi colle dita, più povero nel raffronto si mostrò quello dei compratori»51. E concludeva: «Le apprensioni di destarono, l’allarme aumentatosi, i timori di rovescio nella industria s’impigliarono più addentro nei sericoltori e proprietarii (…) Quando il corso anormale della incubazione, la mancanza della foglia ed altre evenienze discorse si verificarono, lo scoramento occupò il luogo delle speranze, ed un gran numero d’industriosi, stimò buon consiglio arrestarsi agli esordi dell’opra. E qui è uopo ricordare che da circa cinquant’anni in qua la coltura del gelso annualmente si è aumentata: che ciascun proprietario, sia di grandi, che di piccoli poderi ha creduto poter questa sola coltura, dare alla proprietà immobiliare quel pregio e valore che non avevano tutte le altre, ondechè in ogni aro di terra su cui si è potuto impiantare il gelso vi si è già impiantato. Per la qual cosa, se grandissimo era il numero dei possessori di gelseti e conseguentemente di foglia, la perdita di questa dovea involgere non individualità determinate, ma una gente quasi intera nel disquilibrio economico. Aggiunta invero alla classe degli industriosi e proprietarii quella degli operai, delle donne, degli agenti, e di quanti servono ai bisogni svariati di codesta industria, chi non vedrà che lo scapito di essa esser doveva oltremodo nocivo al generale benessere della Provincia?»52.

 

Padula così quantificava i danni causati dalla “epizozia” nella Calabria Citeriore: «Prima dell’epizozia il prodotto annuale dei bozzoli in chilogrammi era come segue:

 

Circondario di                       Cosenza            320.759  chilogrammi

          “             Paola             233.560                  “

          “             Castrovillari 113.600                  “

          “             Rossano          40.822                  “

 

Dopo l’epizozia nel 1863:

 

Circondario di                       Cosenza           160.000 chilogrammi

          “             Paola               58.324                  “

          “             Castrovillari   36.000                  “

          “             Rossano          19.044                  “

 

Rossano dunque fa meno seta, e nondimeno il suo clima è più favorevole che altrove. Infatti, il prodotto in bozzoli per ogni chilogrammo di seta, prima della malattia, era: Cosenza 720, Paola, 800, Castrovillari 800, Rossano 1176; e dopo la malattia al 1863 fu così: Cosenza 350, Paola 130, Castrovillari 350, Rossano 540»53.

 

Secondo alcuni la pebrina era stata introdotta da semi bachi stranieri, cinesi, greci e giapponesi54. Responsabili di ciò erano stati alcuni speculatori che, spinti dall’idea di facili guadagni, avevano importato uova forestiere ritenute migliori e meno costose rispetto alle razze indigene: «Da questa epoca in poi un numero esteso di speculatori quanto ignorante di sericoltura, tanto inteso a trarre dalle fraudi sicuro guadagno, diede opera anch’esso alla confezione delle sementi. Le cattive allora e malsane si confusero colle buone; un miscuglio indistinguibile si vide circolare entro e fuori la Provincia, e con esso l’inganno, il quale avrebbe potuto ingenerare il finale deprezzamento delle razze indigene o la perdita del tipo, ove molti giudiziosi ed accorti uomini non avessero curato di conservarlo»55.

 

Verso la metà degli anni sessanta, decine e decine di filande chiusero i battenti, diversi imprenditori caddero in rovina e migliaia di donne persero il lavoro. La crisi ebbe ripercussioni gravi anche sulla vita dei contadini. Per alcuni anni, attratti dai discreti guadagni, avevano investito molto nella gelsicoltura e nella bachicoltura. Gelsi bianchi e mori avevano letteralmente invaso le zone di pianura e di collina, a danno di vigneti, uliveti e frutteti. Sia la coltura del gelso che l’allevamento del baco da seta, alla fine, si erano rivelati, più funzionali agli interessi della proprietà fondiaria che a quelle dei coloni: la divisione dei ricavi della vendita dei bozzoli ai filandieri costituiva una fonte di guadagno importante per la gente delle campagne solo quando le annate erano buone e il mercato fiorente.

 

Di fronte allo spettro della pebrina, molti contadini che avevano impiegato lavoro e risorse nella coltivazione dei gelsi e nell’allevamento dei bachi, per paura di non trarre i guadagni sperati abbandonarono tali attività, col risultato che la produzione dei bozzoli precipitò. Nel 1864, Padula, delineava un quadro preciso su quanto stava accadendo in quegli anni: «Il caro dei prezzi, e la malattia dei bachi han fatto sì che l’industria serica va scadendo l’un di più che l’altro. Al momento che scrivo i gelsi del Vallo verdeggiano di frondi, che nessuno raccoglie; ed i proprietari invece di scemare l’enorme prezzo, che finora han richiesto durano saldi a ritenerlo. Vero è bensì che da 15 anni a questa parte non si è fatto altro che piantare gelsi: ma l’industria serica non è cresciuta, ed i gelsi cresciuti devono ora tagliarsi. Insomma: l’industria serica è tra noi esercitata dalle donne dei massari, dei massarotti, e degli altri contadini; ed esse la trascurano, perché spaventate dall’enorme prezzo della fronda han detto al pari dei loro mariti: ‘Il povero si affatica pel ricco’»56.

 

Negli anni seguenti le filande di seta nella provincia di Cosenza diminuirono fortemente di numero. Nel 1878 si contavano cinquantacinque opifici per la trattura, la torcitura e la tessitura della seta così distribuiti: 7 a Paola, 3 a Fuscaldo, 1 a Buonvicino, 2 a Diamante, 3 a Fiumedreddo, 1 ad Amantea, 2 a Cosenza, 3 ad Acri, 5 a Mendicino, 1 a Dipingano, 2 a Montalto Uffugo, 1 a San Pietro in Guarano, 1 a Rogliano, 1 a Parenti, 1 a Cerisano, 2 a Cetraro, 6 a Carolei, 3 a Marano Marchesato, 4 a Morano Calabro, 2 a San Sosti, 3 a Sant’Agata d’Esaro e 1 a Malvito. Queste manifatture, in quanto a macchinari e a sistemi di produzione, erano, però, ferme a trent’anni prima: avevano complessivamente solo 392 bacinelle alimentate a vapore e 520 a fuoco diretto. Inoltre, solo sei filande possedevano macchine a vapore, le quali sviluppavano una forza motrice di 54 cavalli; gli operai occupati erano 1.140 di cui 1.086 donne57.

 

Verso la fine del secolo i filatoi della provincia subirono un ulteriore ridimensionamento. Nel 1894 erano trentatrè, di cui solo cinque con bacinelle alimentare dal vapore. Tra questi, il più importante era quello della ditta Gioacchino e Giuseppe Parlato, situato nel comune di Fuscaldo, che lavorava bozzoli provenienti anche da Napoli e Caserta. Occupava 228 operaie, possedeva una caldaia a vapore della potenza di 20 cavalli e un motore della potenza di 4, in grado di attivare 120 bacinelle. La filanda dei fratelli Rendano di Cosenza, che impiegava 80 donne e 8 uomini, aveva una caldaia a vapore della potenza di 12 cavalli e un motore di 4 che attivavano 56 bacinelle. Quella di proprietà di Carlo Alberto Malito, situata ad Acri, occupava 86 operaie e aveva una caldaia a vapore di 16 cavalli e 48 bacinelle attive. La quarta filanda a vapore si trovava nel comune di S. Agata d’Esaro ed era di proprietà di Carmine Pisani: vi lavoravano 46 operaie e aveva 40 bacinelle attive “servite” da una caldaia a vapore della forza di 6 cavalli. L’ultima era situata nel comune di Montalto Uffugo, di proprietà di Francesco Paglilla: aveva una caldaia a vapore della forza di 3 cavalli e un motore della potenza di 1 cavallo i quali alimentavano 22 bacinelle (nello stabilimento vi erano poi altre 25 bacinelle a fuoco diretto)58.

 

Le filande con bacinelle a fuoco diretto della provincia erano ventotto e occupavano complessivamente 896 operai tra cui 489 donne e 72 fanciulle. Esse erano così distribuite: una a Carolei con 18 bacinelle e 21 operaie; una a Cerzeto con 24 bacinelle e 48 operaie; quattro a Marano Marchesato con 104 bacinelle e 187 operaie; una a Marano Principato con 28 bacinelle e 42 operaie; una a Morano Calabro con 7 bacinelle e 8 operaie; una a Paola con 8 bacinelle e 11 operaie; cinque a San Fili con 72 bacinelle e 114 operaie; una a San Pietro in Guarano con 80 bacinelle e 153 operaie; una a San Sosti con 20 bacinelle e 24 operaie; tre ad Acri con 72 bacinelle; tre a Fuscaldo con 28 bacinelle; due a Monatto Uffugo con 25 bacinelle e quattro a Sant’Agata d’Esaro con 65 bacinelle59.

 

Gli opifici per la torcitura e l’incannaggio della seta erano tutti chiusi tranne quello di Giuseppe Marmo, situato nel comune di Belvedere Marittimo, il quale aveva un motore idraulico della forza di 5 cavalli e 200 fusi: 100 per la torcitura e 100 per l’incannaggio. Vi lavoravano, per alcuni mesi dell’anno, 11 donne che producevano solo organzini. Due piccole manifatture per la cardatura e la filatura dei cascami di seta, di Domenico Gaudio e Vincenzo Reda, erano situate nel comune di Mendicino. Animate ognuna da un motore idraulico della forza di 4 cavalli, impiegavano 24 operaie che lavoravano per circa 60 giorni all’anno60.

 

Sempre nel 1894, nell’industria della trattura della seta, che negli anni precedenti aveva occupato migliaia di lavoratrici, risultavano essere impiegate solo 1.264 donne (di cui 141 fanciulle sotto i quindici anni), le quali lavoravano nei 14 opifici rimasti. Appena 10 operaie erano addette in una fabbrica per la torcitura e l’incannaggio della seta e soltanto 24 impiegate in due industrie per la cordatura e la filatura della seta61.

 

Secondo una inchiesta del 1901, nell’industria tessile della provincia risultavano essere impiegate complessivamente solo 25.897 donne contro le 77.887 del 1881 e quasi tutte lavoravano su telai casalinghi: in soli venti anni, dunque, ben 51.990 donne furono licenziate dagli opifici o costrette ad abbandonare i telai perché ormai poco remunerativi. Uguale sorte subirono le donne addette negli altri settori industriali: le operaie dei cantieri stradali e delle opere di bonifica da circa 3.000 passarono a 753, mentre 63 risultavano essere impiegate nell’industria estrattiva (miniera di Lungro), 10 nelle industrie meccaniche, 12 nella lavorazione della creta, 2 nella fabbricazione di prodotti chimici, 26 nella lavorazione del legno e della paglia, 1 nell’industria di oggetti di precisione, 13 in fabbriche non specificate e 609 nelle industrie alimentari62.

   
 
Giovanni Sole
   
  Cosenza, lavorazione dei bachi
   
  note
   
 

1    Luigi A. Casella, La utilizzazione dei bozzoli nelle famiglie, Cosenza, tip. Riccio, 1937, pp. 13-15.

2   Luigi Grimaldi, Studi statistici sull’industria agricola e manifatturiera della Calabria Ultra II, Napoli, Stab. Tip. Borel e Bompard, 1845, p. 58. Casella, direttore dell’Istituto Bacologico di Cosenza, così descriveva le fasi della trattura domestica di fine secolo: «Il personale necessario è costituito da una assistente-scopinatrice che vigila i bozzoli che pone a inumidire e a riscaldare nel paiolo a ciò destinato e che i bozzoli, per favorirne l’uniforme riscaldamento e inumidimento, rimuove e sbatte con arte la spazzola di saggina, alla quale restano attaccati i capofila della seta; una maestra che siede innanzi al paiolo più espanso e riceve dall’assistente la padellina a fondo buscherato contenente i bozzoli opportunamente resi molli e il gruppo di capofili tolto dalla spazzola, ai quali capofili i bozzoli pare siano come appesi; un’altra assistente che imprime il movimento dell’aspo. La maestra, avuti i bozzoli, li riversa nel suo paiolo e, tenendo bene nelle mani il gruppo dei capofila, li sbatte con arte nell’acqua e tira il gruppo di fili, la strusa, che come spelaia deve portar via. Portata via la strusa, raccoglie i fili netti, che non deve lasciarsi sfuggire dalla mano sinistra e, in numero adeguato alla grossezza che si vuole abbia il filo da ottenere, li immette in unico groppo nel foro del passabili. E l’unico filo che esce dal passafili lo fa giungere alla rotellina superiore di una delle aste verticali, e poi, scendendo dalla parte posteriore, alla rotellina sottostante, per farlo risalire anteriormente sino ad incontrare il filo stesso, al quale lo avvolge convenientemente, formando la così detta croce. Lo passa indi alla rotella del braccio orizzontale sporgente e ad uno dei guidafili del regolo che fa il movimento di va e vieni, e lo assicura in fine all’aspo in modo che, ottenuta la matassa, possa prenderlo per legare la matassa medesima la quale viene rilegata con l’ultima parte del filo che ne sarà il bandolo, e, tolta dall’aspo, con apposito cordoncino o nastrino o spago. Il cennato avvolgimento del filo di seta, la così detta croce, determina una certa filatura del filo medesimo che, convenientemente curato e conservato, non si sfiocca. La maestra guida i fili, toglie dal paiolo i bozzoli che non filano perché la spazzola non ne aveva preso il bandolo, per ripassarli al primo paiolo, all’assistente; toglie i residui dei bozzoli filati e le crisalidi, attacca i fili che si rompono e, sempre che occorre, alimenta con nuovi bozzoli il filo che si svolge, compie l’importante operazione della trattura della seta come se lavorasse in filanda, con la differenza che non prepara, come in filanda, titoli fini. I bozzoli che assolutamente non filano e i residui di seta attorno alle crisalidi, le telette, non vanno perduti. Si bollono nel ranno e se ne trae del calmo non disprezzabile. E la strusa si utilizza anche essa, in qualche paese battendola e poi sfioccandola grossolanamente, altrove trattandola come i bozzoli da cui si trae il calmo, o lasciandola quando occorre in acqua e sapone, per averla dopo lavata e asciugata, morbida, bianca e sfioccabile. La matassa tolta dall’aspo si presenta dura e come compatta, nelle parti rimaste a contatto con i regoli dell’aspo medesimo, perché quivi i fili, ricchi di sericina, si attaccano nel sovrapporsi. La maestra strofina diligentemente le parti indicate e rimuove con pari diligenza e delicatezza la matassa tutta che poi appende perché asciughi» (Luigi A. Casella, op. cit., pp. 21-22).

3       Cfr. Oreste Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI. Nuovo contributo per la storia della quistione meridionale, (ristampa), Cosenza Brenner, 1967; Giovanni Fiore, Della Calabria Illustrata, Napoli Parrino e Mutij, MDCXCI, t. I, lib. II, p. 271-273; Dora Musto, I mercanti e gli artigiani calabresi iscritti nelle matricole dell’Arte della Seta conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli, in “Atti del 3° Congresso Storico Calabrese”, Napoli, F. Fiorentino, 1964, pp. 437-492; Teodora Iorio, Produzione e commercio della seta in Calabria nel secolo XVI, Napoli, Arte Tipografica, 1988; Idamaria Fusco, Attività produttive e fiscalità in Calabria tra XVI e XVIII secolo: il settore serico, in G. Anania (a cura di), “Scelte pubbliche, strategie e private e sviluppo economico in Calabria. Conoscere per decidere”, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, pp. 181-216; Cinzia Capalbo, Mercato esterno e tradizione di mestiere. La produzione della seta a Cosenza tra Sette e Ottocento, in “Meridiana”, 1988, 3, pp. 73-86; Marcello Barberio, Il declino dell’arte della seta di Catanzaro, in “Calabria Letteraria”, a. LIII, n. 7-8-9 luglio-settembre, 2005, pp. 57-61; Michelangelo Mendella, Il vicere’ Borromeo e il contrabbando della seta in Calabria in un documento del 1711, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XXXVI, 1968, pp. 181-190; Carolina Lupi Longo, Industria e commercio della seta in Catanzaro nel sec. XVIII, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XXXV, 1967, pp. 57-156; Amedeo Miceli Serradileo, Il commercio della seta in Calabria nel XV e XVI secolo, in “Studi meridionali”, a. IX, fasc. I-II, gennaio-giugno, 1976, pp. 76-84; Filippo Marincola di San Floro, Statuti dell’arte della seta in Catanzaro preceduti da una relazione fatta alla Camera di Commercio ed Arti sulla origine progresso e decadenza dell’Arte della seta in Catanzaro dal suo segretario Filippo Marincola San Floro, Catanzaro, 1880; Gaetano Gallo, Documenti sull’arte della seta in “Brutium”, a. XIII, n. 5, 1934, pp. 14-15; L’arte della seta in Catanzaro nei sec. XVII-XVIII, in “Brutium”, a. XI, n. 5, 1932, p. II. Per una bibliografia sull’industria e il commercio della seta in Calabria cfr. Saverio di Bella, Fonti e problemi per la storia della seta in Calabria, in S. Di Bella (a cura di), “Economia e storia (Sicilia/Calabria XV-XIX sec.)”, Cosenza, Pellegrini, 1976, pp. 259-272.

4   Leopoldo Pagani, Studi sulla Calabria, vol. II, Cosenza, Casa del Libro, 1972,
p. 82.

5       Sulla seta ad “aspo corto” e ad “aspo lungo” in Calabria cfr. Idamaria Fusco, Trattura e tecnologia in Calabria nella prima metà dell’Ottocento, in I. Fusco (a cura di), La seta. E oltre…, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2004, pp. 109-160; Daniela Ciccolella, La seta nel Regno di Napoli nel XVIII secolo, Napoli, Edizioni Scientifiche, 2003, pp. 98-153; Rocco Cotroneo, L’arte della seta e la scuola degli organzini a Reggio, in “Rivista Storica Calabrese”, a. XII, fasc. 1-2 (giugno-febbraio), Reggio Calabria, 1904, pp. 16-20; fasc. 3-4 (marzo-aprile), pp. 117-120; fasc. 5-6 (maggio-giugno), pp. 187-191.

6   Questo tipo di trattura aveva presentato seri inconvenienti anche in passato. Scriveva Marincola S. Florio: «La trattura della seta ad aspa corta ed a titolo misurato di 10/12 15/20 denari sostituita nell’Alta Italia e nella Media Italia, e nella Francia, all’antica trattura ad aspa lunga, che venìa fatta a grossi gruppi di bozzoli misti di qualità, di colori e di dopii, rese le sete calabresi inadatte ai tessuti perfezionati, e le condannò ad essere buone soltanto per sete da cucire e per massosi drappi» (Cit. da Carolina Lupi Longo, op. cit., pp. 116-117).

7   Nel 1711, i Governatori dell’Arrendamento delle Sete in Calabria scrivevano al viceré austriaco di Napoli (il gentiluomo milanese Carlo Borromeo Arese), che «per li continui et eccessivi controbandi è ridotto a stato così misero che minaccia molto vicina la sua total destruzzione» (Michelangelo Mendella, op. cit., p. 182). Sul contrabbando della seta in Calabria cfr. Salvatore Póntari S., Memoria sulla seta, in G.M. Galanti, “Giornale di viaggio in Calabria (1792)”, Napoli, Società Editrice Napoletana 1982, pp. 489-495; Antonio Saladino, Un ignoto registro dell’Arte della Seta, in “Almanacco Calabrese”, a. XVI-XVII, n. 16-17, 1966-1967, pp. 73-88; Domenico Grimaldi, Piano di riforma per la pubblica economia delle provincie del Regno di Napoli, Napoli, G. M. Porcelli, MDCCLXXX, pp. 122-124; Roccantonio e Innocenzio Caracciolo, Relazione intorno le filande di seta del passato anno 1794 delle Reali Scuole di Villa Sangiovanni, Napoli, s.e., MDCCXCV; Teodora Iorio, Produzione e commercio della seta in Calabria nel secolo XVI, Napoli, Arte Tipografica, 1988, pp. 53-57. Presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria sono conservati alcuni libretti che non abbiamo potuto consultare:Nicolò Pietrafesa, Difesa della regola dell’officio di Corriero Maggiore del regno di Napoli, e suoi Corrieri avverso delle pretenzioni dell’Arrendamento della seta di Calabria, Napoli?, stamperia Francesco Ricciardo, 1731?; Ragionamento con cui dimostrasi che giustamente compete e s’appartiene all’arrendamento della seta volgarmente detta di Calabria il diritto di riscuotere il dazio, Napoli?, s.n., 1747?; Giuseppe Sambiase, Nota di fatto, e ragioni per lo regio arrendamento delle sete di Calabria, e sue imposizioni contro la città di Catanzaro, Napoli?, s.n., 1724; Nicolò Scalfati, Ragioni per lo regio arrendamento della seta di Calabria contro delle pretensioni dell’illustre marchese di Villarosa, Napoli?, s.e., 1731?; Francesco Trojse, Per li negozianti de’ drappi galloni ed altre forastiere manifatture che s’immettono in questa città contro li governadori dell’imposizioni della seta di Calabria ed il cassiere di quella appartenente a gl’interessati di Bisignano, Napoli?, s.n. 1745?; Francesco Trojse, Per l’esenzione de’ lavori di seta forestiera che s’immettono nel maggior fondaco di questa dominante dal pagamento della gabella di Bisignano e dell’arrendamento della seta di Calabria e sue imposizioni, s.l., s.n., 1746?.

8   Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1977, p. 146.

9       Giovanni Sole, Viaggio nella Calabria Citeriore dell’800. Pagine di storia sociale, Cosenza, Amministrazione Provinciale, 1985, p. 123. Il sindaco, fornendo i dati statistici sull’industria del capoluogo, non dava grande importanza a questi opifici: «La città di Cosenza, avuto riguardo alla sua popolazione, ed al consumo che vi si fa di oggetti di manifatture di ogni parte, non presenta fabbriche, e manifatture capaci di sopperire al consumo, e per cui se ne provvede di manifatture del regno od estero. Con ciò resta dimostrato la massima economia pubblica, che laddove il territorio è ferace, ed il clima si presta alle coltivazioni di ogni sorta, l’agricoltura è sempre preferita alle manifatture, perché il cittadino ritrova un più solido vantaggio, e non soggetto a variazioni» (Ivi, p. 123).

10  Ivi, pp. 123-124.

11  Ivi, p. 124.

12  Ibidem.

13  Ivi, pp. 124-125.

14  Ivi, p. 125.

15  Ibidem.

16  Cfr. Roccantonio e Innocenzio Caracciolo, op. cit.

17  Giovanni Sole, op, cit., p. 125.

18  Cfr. Daniela Ciccolella, op. cit., p. 141.

19  Giovanni Sole, op. cit., pp. 125-126.

20  Giuseppe Abbruzzo, C’era una volta la bachi-sercicoltura. Storia, tradizione, folklore, in G. Abbruzzo – P. Filippelli – A. Graziani – N. Serra, “La bachi-sericoltura in Calabria”, Acri, Cooperativa Don Milani, 2003, p. 43.

21  Giovanni Sole, op. cit., p. 126.

22  Cfr. Olivo Basso, Istruzioni di bachicoltura e trattura della seta per operaie di filanda, Treviso, tip. Vinello, 1940; Francesco Battistini, L’industria della seta in Italia nell’età moderna, Bologna, Il Mulino, 2003.

23  Giovanni Sole, op. cit., p. 126.

24  Il Bruzio, Cosenza, 27 agosto 1864; Vincenzo Padula, Industria terreni e stato delle persone in Calabria (dal ‘Bruzio’), Roma, Padula ed., 1978, pp. 122-124.

25  Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, cit., p. 43.

26  «Pure, tra gli stenti, / passo allegra la vita ora per ora. / Non ho nessuna preoccupazione, / non ho padre o parenti, / non ho amici e senza gelosia / scorre la vita mia! E insieme alle compagne / sparo le mie canzoni appassionate; / delle quali rintronano le vallate, / le montagne e le campagne / e un ristoro sento nel petto / uno sfogo, una pace!» (Giuseppe Abbruzzo, op. cit., pp. 53-54).

27  Cesare Malpìca, Dal Sebèto al Faro. Scoperta della Calabria, Cosenza, Cultura Calabrese, 1990, p. 89.

28  Cit. Renata Melissari Poeta, Tra memoria e mutamento. Tratti significativi della cultura tradizionale in Calabria, vol. I, Reggio Calabria, Kaleidon, s.d., p. 17.

29  «Suona la campanella, / alzati, corpo mio, ch’è fatto giorno. / Tutta intontita torno / alla mia concarella; / povera tortorella senza compagno, / in galera condannata! = La capomastra è un’orchessa, / il padrone è un cane corso scatenato, / parla sboccato, / ha una voce da spiritato./ Calci, bastonate, sergozzoni / sono la paga che dona. = Di seta luccicante / vestono tutti i signori, / i regnanti, gli imperatori, / e quanti fra la gente / ve ne sono di magnati, ricchi, stravaganti, / le madonne ed i santi; = A me la sorte ingrata/ non dà nemmeno una gonnella di stoppa! / Porto un copricapo / stretto legato alla testa / e uno straccetto, appena appena / mi copre il petto! = Questo cuore troppo ardente / nel sangue mi cuoce e si bolle, / come fanno i bozzoli / in quest’acque bollenti. / Cuore mio afflitto, cuore appassionato, / in che stato miserevole ti vedo ! = Nessun giovanotto / mi ha incatenato l’animo nel petto, / non provo nessun affetto, / solo un mongibello / brucia tutta la mia vita afflitta / di sdegno e vendetta. = / Non avevo ancora sette anni / quando incominciai a consumare il corpo sulla conca; / me misera non guardai / che cosa fossero gli inganni! / Prima del tempo, senza amore, / persi il cuore e l’onore! = Se con non affilata mannaia / potessi spaccare tutti / i cuori degli amanti, / quest’anima, tutt’intera / della fornace ardente nel fuoco / riposerebbe un poco! = Un cappio vorrei fare / di seta così resistente da non poter essere rotto da un fulmine, / ed io che vedessi / appesi per aria stare / gli uomini della terra, a mille a mille, / attaccati alle stelle! = / Da tutti abbandonata , / provo un odio feroce che non mi abbandona, /un inferno che non mi lascia. / Da nessuno fui amata! / Misera, afflitta, cosa? Ma cosa mi resta / in questa gran tempesta» (Giuseppe Abbruzzo, op. cit., pp. 51-53).

30  Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, cit., p. 44.

31  Ivi, p. 74.

32  «Vedetela, guardatela, che arriva: / facendo falò della sua persona! / Negli occhi penetranti cos’ha, / in mezzo al petto cos’ha che ne ha paura? / – Come ancheggia / questa bella maestra filandaia! / La gente che si trova per la via / la crede una sposa = Indossa la veste nuova ed il grembiule di fine tela, / legato con un verde fiocchetto… / Il miglior calzolaio le ha confezionato lo scarpino, / e manca poco che non vi abbia attaccato il sonaglio. = Come ancheggia, ecc = La migliore saponetta lei si compra; / cura la sua persona oltre ogni dire! / Alla mamma che non vuole che faccia tanto le dice: – Scoppia: / io lavoro e perciò voglio vestire e curarmi così!... = Come ancheggia, ecc. = Da mattina a sera, il fidanzato la controlla / e le domanda se lo ami, / lei non risponde, e con quale aria passa, / come se avesse cento persone al suo servizio… = Come ancheggia, ecc» (Giuseppe Abbruzzo, op. cit., p. 55).

33  «Nella filanda di Carlo Malito / vi lavora la figlia d’un calderaio: / alta e lunga, come uno spiedo, / non sa fare altro che raccogliere le poste della seta. / Lei si ritiene la regina, / ambisce a sposare un barone / e di ricchezze ne vuole senza conto, / ma le auguro di sposare un misero come Scionta; / per dote porta l’intero Schito, / di biancheria (corredo) ne riempie un paniere. / Io sono figlio di contadini, ma sono istruito, / ma tu, le parole sappile misurare prima di dirle» (Giuseppe Abbruzzo, op. cit., p. 56).

34  Cfr. Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Bari, Dedalo, 1996, p. 100.

35  Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, cit., p. 44. Cfr. Marie-Louise von Franz, Le fiabe interpretate, Torino, Boringhieri, 1980.

36    Giovanni Sole, op. cit., p. 372.

37  Vittorio Cappelli, Le donne in Calabria nelle società di mutuo soccorso (1875-1900), in “Movimento Operaio e Socialista”, a. IV (nuova serie), n. 3 luglio-settembre 1981. Debole, per non dire inesistente, riguardo alle donne, fu anche l’iniziativa delle prime formazioni socialiste (Giovanni Sole, Le origini del socialismo a Cosenza. Carte dell’Archivio di Stato (1860-1880), Cosenza, Brenner, 1981; Id., Rivoluzionario e spia. Storia e mentalità di un borghese emarginato dell’800, Franco Angeli, Milano, 1988; Id., Storia della Camera del Lavoro di Cosenza. Le origini, Roma, Ediesse, 1989.

38  Le filandaie erano spesso molestate dai padroni e un poeta di Acri scriveva che si vendicavano di loro quando diventavano vecchi: «O acelluzzu mia ch’era rapinu, ‘i nervicìelli tua sunu siccati: ccu’l’uocchj ‘i pu’ guardar’i pullicini, ma nu’ la ietti cchiù la vrancunata. Miegliu si vivi ‘ni bicchier’ ‘e vinu p ‘n oviciellu intr’u cafè rotato, cà ti fa dann’carn’e da gallina… Appìccia ‘ssu sicarru, ch’è stutatu». [«O uccellino mio ch’eri rapace, / i tuoi neretti son rinsecchiti: / ormai con gli occhi puoi guardare le pollastrelle, / ma non puoi allungare più le mani. / Meglio se bevi un bicchiere di vino / o (per rinvigorirti) sorbisci uno zabaglione al caffè, / perché ti fa male la carne della gallina… / (Dai retta a me): accendi, questo sigaro, perché è spento]» (Giuseppe Abbruzzo, op. cit., p. 54).

39  Giovanni Sole, Viaggio nella Calabria Citeriore dell’800, cit., p. 126.

40  Ibidem.

41  Ivi, pp. 126-127.

42  Ivi, p. 127.

43  Ibidem.

44  Ivi, pp. 57-80.

45  Vincenzo Colosimo, Memoria su i bachi da seta del dottor Vincenzo Colosimo socio ordinario della Società Economica di Calabria Citra letta nella tornata del dì 30 maggio 1834, Cosenza, s.e, 1834, p. 57.

46  Michelangelo Mendella, op. cit., p. 186.

47  Roccantonio e Innocenzio Caracciolo, op. cit., pp. 14-17.

48  Pietro Greco, Sullo stato dell’industria della seta nella Calabria Ultra Prima. Memoria prodotta da Pietro Greco al settimo Congresso degli Scienziati Italiani, s. l., s.e., s.d., p. 16.

49  Vincenzio M. Greco, Sull’andamento dell’industria serica in provincia di Calabria Citra nell’anno 1864. Rapporto letto alla Reale Società Economica dal Segretario Perpetuo presso la medesima, Cosenza, tip. Dell’Indipendenza, 1865, pp. 13-14.

50  Angelina Marcelli, Gli effetti della pebrina sulla gelsibachicoltura calabrese (1850- 1900), in I. Fusco (a cura di), “La seta. E oltre…”, cit., pp. 161-223. Nel 1858-59, la malattia non aveva ancora colpito i bachi della provincia: «Allorché rispondemmo al Programma che il zelantissimo Reale Istituto pubblicava in aprile 1858 intorno la malattia dei bachi da seta, fu per noi significato, che l’atrofia nella Calabria Citeriore non fosse novella: che in ciascun anno ed in ciascuna bacheria eransi scoverti individui colpiti da siffatto morbo, ma in così piccol numero e fra tali modiche proporzioni, da non meritare l’attenzione dei bachicoltori (…) Per l’esposte cose, chiaro è che i preludii della campagna serica del 1860 non poteano essere appo noi sconfortanti, avvegnacchè nè l’atrofia aveva acquistato dimensioni maggiori delle antiche, né gli altri morbi erano inferociti per guisa, da doversi antivedere un mal punto nella industria» (Reddiconto della Reale Società Economica della Provincia di Calabria Citra per l’anno 1860, Cosenza, tip. Dell’Indipendenza, 1864, pp. 5-6;8.

51  Vincenzio M. Greco, op. cit., pp. 3-4; 16.

52  Ivi, p. 18.

53  Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, cit., p. 44.

54  Reddiconto della Reale Società Economica della Provincia di Calabria Citra per l’anno 1865, Cosenza, tip. dell’Indipendenza, 1866, pp. 3-18.

55  Vincenzio M. Greco, op. cit., p. 23.

56  Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, cit., pp. 58-59.

57  Giovanni Sole, Viaggio nella Calabria Citeriore dell’800, cit., p. 34.

58  Ivi, pp. 341-342.

59  Ivi, p. 342.

60  Ibidem.

61  Ivi, p. 374.

62  Ivi, pp. 374-375.

 

 

 

 

 

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