Museo della seta - Mendicino
il museo e la memoria
 
 
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Mendicino, nell’Ottocento, era uno dei centri più importanti della Calabria per la produzione di seta greggia. Le campagne erano letteralmente coperte di gelsi e, in ogni famiglia, le contadine allevavano i bachi.

Nel 1857, fuori e dentro il centro abitato, c’erano quaranta filande, dove, per circa quattro mesi all’anno, lavoravano 30 uomini e 320 donne di cui 120 fanciulle. Per dodici ore al giorno, le filandaie stavano nelle fabbriche malsane, afose e con un vapore nauseabondo per via dei bachi morti. Erano sottopagate e, oltre al misero salario, in occasione della festa del santo protettore, ricevevano «un complimento in denaro».


 Proprio nel momento in cui i filatoi sembravano in forte sviluppo, a causa di una improvvisa crisi, dovuta a una forte contrazione della richiesta di seta sul mercato mondiale a vantaggio di tessuti meno costosi (lana, lino e cotone), gran parte di quelli del comune dovettero chiudere.

Nel 1878 c’erano due piccoli opifici per la cardatura e la filatura dei cascami di seta, di Domenico Gaudio e Vincenzo Reda. Animati ognuno da un motore idraulico della forza di 4 cavalli, impiegavano 24 operaie per circa 60 giorni all’anno.


Pochi sono ormai i mendicinesi che conoscono questa storia. E’ probabile che la loro memoria abbia attuato dei processi di rimozione. A volte si parla della memoria collettiva come di un organismo dotato di una psiche comune, come di qualcosa che contiene tutti i ricordi, di cui molti sono ancorati in qualche parte della coscienza.

In realtà, accade spesso che gruppi di individui, a volte intenzionalmente, altre volte inconsapevolmente, non trasmettono quanto conoscono alle generazioni successive; accade che nel processo di ricostruzione del passato alcuni fatti sopravvivano e di altri se ne perde traccia. Certe memorie collettive non sono altro che un lavoro di sintesi di una pluralità di memorie e questa sintesi è effettuata da specialisti del ricordo, che ricostruiscono il tempo trascorso per rispondere ai bisogni del proprio gruppo sociale.


Ciò accade oggi e accadeva anche in passato. Qualcuno ha detto che nelle società tradizionali il ricordo era legato al mito e che nelle società moderna è legato alla storia, che la memoria del passato era statica e quella di oggi in movimento. Si dà per scontato che, nelle società premoderne, l’identità del singolo si costituiva all’interno di una tradizione omogenea e accettata, mentre, nelle società moderne, non avendo gli individui punti di riferimento fissi e condivisi (costretti come sono a misurarsi con una realtà caratterizzata da un avvicendarsi di eventi), costruiscano individualmente la propria identità in una molteplicità di esperienze.

 

 
filanda "Domenico Gaudio"  

Io penso che questa visione debba essere messa in discussione.
In passato nelle comunità non c’era una memoria collettiva che riusciva a conservare tutto, né c’era uno spirito comune che reggeva la vita degli uomini e difendeva la loro identità culturale ed etnica. Anche nelle società tradizionali gli eventi scorrevano in fretta da non potersi sedimentare nella memoria e diventare tradizione.
C’era l’impossibilità di riferirsi ad un patrimonio collettivo condiviso, c’erano mutamenti delle modalità di costruzione e di affermazione dell’identità dei soggetti e della loro appartenenza ad un gruppo.


Nelle società tradizionali, come nella società moderne, esisteva una forma di conoscenza caratterizzata da continui cambiamenti, una enorme ricchezza di idee e di esperienze, una sorprendente mobilità dei gruppi sociali e degli individui. I sistemi di pensiero del passato erano anzi molto più articolati dei nostri, c’erano tante visioni dell’universo, diversi modi di interpretare il reale e di stare nel mondo.

Duecento anni fa, nelle comunità del cosentino, c’era una pluralità di memorie relative alla pluralità dei gruppi che le costituivano, memorie fortemente in contrasto tra loro. Ogni gruppo necessitava di trovare continue conferme alla propria identità, operava una selezione di elementi che enfatizzavano la sua diversità rispetto ad altri gruppi, apportava conoscenze e interessi diversi, elaborava una propria memoria collettiva e  rappresentazioni condivise.


Dall’Ottocento ad oggi tante cose sono cambiate a Mendicino. Non ci sono più spazi selvaggi o zone dove si respiri la novità e l’inatteso, molti dei luoghi che rappresentavano un limite tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto sono familiari e totalmente desacralizzati. E’ cambiato anche l’immaginario. È vero che gli uomini di tutte le epoche e di tutte le aree geografiche hanno ubbidito ad alcune comuni elementari passioni, ma il rapporto con la vita e con la morte, le relazioni tra gli individui, il contatto tra l’uomo e la natura non sono sempre gli stessi.

Un tempo lo straordinario aveva altre connotazioni: la precarietà delle strutture economiche e organizzative, la scarsa capacità di controllo sulla natura e sulla produzione dei beni offrivano minori sicurezze e favorivano, perciò, un proliferare della sacralità e del sovranaturale con cui l’uomo doveva rapportarsi e riconciliarsi. C’era una maggiore disponibilità ad affidarsi al divino, il miracolo era un evento molto frequente, costituiva un fatto indispensabile per la vita quotidiana. La gente sentiva una forte propensione verso il meraviglioso e l’intervento soprannaturale faceva parte integrante di quella trama culturale.


E’ cambiato, soprattutto, il rapporto tra l’uomo e la natura. Oggi, ad esempio, il mare agitato e il cielo minaccioso, nella gran parte degli uomini possono provocare malinconia, mentre un tempo inducevano soprattutto sentimenti di preoccupazione. Il mare in tempesta e i temporali impedivano  di andare a pesca, diminuivano le possibilità di orientarsi, rendevano difficile la navigazione, generavano stati di paura. Nelle tenebre le acque si popolavano di mostri, tutto diventava incerto e allarmante, il pericolo reale si univa a quello immaginario.

 

 
  filanda "Domenico Gaudio"

Il pensiero razionale ha distrutto alcune concezioni del mondo che stavano alla base dell’agire individuale e collettivo. Lo sviluppo sociale, scientifico e tecnologico ha attenuato o allontanato molte ansie e paure degli uomini e, con esse, le proiezioni mitiche e le immagini che costituivano sia strumento di spiegazione che di protezione. Molte cose hanno disgregato o distrutto lentamente l’apparato divinatorio che apparteneva ad alcuni gruppi sociali, si sono persi ormai l’incanto e il disincanto, i  miti sono il ricordo di un mondo ormai definitivamente lontano.


L’immaginario collettivo dei mendicinesi ha subito forti lacerazioni. I meccanismi attraverso i quali il sapere appreso si trasmetteva da un individuo all’altro, da una generazione a quella successiva, si sono incrinati da tempo. Ognuno foggia la propria vita in vari modi, il passato sempre di più non viene ricordato, alcune tradizioni si dissolvono e molti meccanismi culturali di un tempo sono persi. Diversi confini della comunità si sono allentati o sono stati abbattuti, gli individui entrano continuamente in contatto con altri spazi, vi è un costante dialogo con altre culture e identità. Il mondo tradizionale sembra andare verso una definitiva estinzione.


Soprattutto le nuove generazioni hanno difficoltà a ricordare. I giovani, coinvolti nei processi globali, sono continuamente bombardati da notizie ed esperienze che apprendono attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La loro identità è sempre meno legata al passato e sempre più legata ad un presente in continua trasformazione. I ricordi hanno difficoltà a sedimentarsi, il più delle volte si sovrappongono, le memorie durano meno poiché il continuo aggiornamento richiede la cancellazione di quelle acquisite. Anche a Mendicino, come in ogni parte del mondo, si assiste ad una sorta di accelerazione della storia, un eccesso di avvenimenti, spesso subito dimenticati, una precarietà continua dei ricordi. Gli eventi sfuggono alla coscienza e, come dice Geertz, le grandi narrazioni sono sostituite da piccole storie.


Nelle campagne non si allevano più bachi da seta e le filande per la trattura sono chiuse da anni. I giovani conoscono poco la storia delle bigattaie e delle filandaie, ne hanno sentito parlare qualche volta dagli anziani. Per quanto siano stati straordinariamente importanti nella storia della comunità, i filatoi, tra le nuove generazioni, sembrano luoghi estranei, coperti dall’oblio. Da qualche tempo, però, ci sono forti spinte per il recupero della loro storia. Francamente è difficile capire le ragioni di questa inversione di rotta, ma sono in molti a dire che per rifondare una identità lacerata bisogna riportare alla luce ciò che è stato dimenticato. L’attenzione nei confronti del passato rientrerebbe, dunque, all’interno del tentativo di ritrovare una comune appartenenza attraverso il recupero della memoria, in modo che gli individui possano dare un senso al loro stare insieme nel presente.


Diversi paesani esortano così gli amministratori a cercare documenti e oggetti che testimoniano il tempo trascorso e i luoghi fisici, dove si sono prodotti eventi reali o immaginari importanti per il paese. A Mendicino, le filande di seta costituiscono ovviamente un punto di riferimento obbligato, poiché rievocano le vicende del passato, hanno un valore fondante, ancorano ricordi comuni, richiamano solidarietà antiche e riconfermano il segno dell’originalità storica della comunità.


In questo generoso tentativo di ricostruzione della memoria e dell’identità dei paesi, molti si rivolgono anche alla tradizione folklorica. Partendo dall’idea che i contenuti di una identità sono immutabili nel tempo, i nuovi attori della memoria sono certi che ancora oggi le loro collettività si basano su un certo numero di tratti comuni. Essi parlano di un comune sentire che lega ancora gli individui, di una visione del mondo che li differenzia dalle comunità vicine, enfatizzano gli elementi originali, danno fondamento mitico all’esistenza del proprio gruppo.
Una storia che Balandier definirebbe “ideologica”, che confonde la storia col mito, che si rivolge al tempo delle origini. Riproducendo rituali, miti e simboli del mondo tradizionale, sono convinti di ricreare una situazione emotiva in cui ogni paesano si riconosca spontaneamente all’interno di un gruppo, ritrovi un senso comune e di radicamento alla comunità.


Ovunque in Calabria, c’è fervore per salvare la tradizione, per rammemorarla in modo da assicurarne la continuità nel futuro; ovunque si avverte un bisogno di ripercorrere realmente o mentalmente i luoghi fondativi della propria storia; ovunque si assiste ad una diffusa rivalutazione delle rappresentazioni del passato, alla rinascita di feste e cerimonie. Se il sentimento di appartenenza è un aspetto dell’identità collettiva e se tali sentimenti sono in relazione alla memoria, ciò che il popolo ha dimenticato può essere riportato alla luce tramite un esercizio della reminiscenza.


Certe culture del passato che evocano un’appartenenza comune, per mantenere la loro efficacia coesiva devono, però, essere oggettivate, mantenute vive e ricordate attraverso continue rappresentazioni. In ogni anamnesi collettiva ciò che è riportato alla memoria subisce però una metamorfosi e una reinvenzione. In alcuni centri, senza alcuna attendibilità storica, si rivendicano così feste e tradizioni di ogni tipo. A Bisignano, ad esempio, da qualche anno si tiene il palio, mentre a Vibo c’è una lotta delle contrade. Si assiste a quella che Hobsbawn e Ranger chiamato “invenzione della tradizione” e cioè un processo di manipolazione politica di antichi rituali: nessuno ricorda celebrazioni del genere nel passato, ma l’importante è avere una propria ritualità che rende visibile la comunità all’esterno.


A noi studiosi queste celebrazioni appaiono stramberie, falsificazioni, appuntamenti che sminuiscono e rendono farsesco ciò che è stato in passato. La logica commemorativa che le governa, e spesso lo sanno anche i promotori, hanno poco a che fare con le tradizioni delle comunità. Queste feste che si richiamano a memorie e identità antiche, in realtà hanno elementi appartenenti ad altre memorie ed altre identità. Queste ritualità che dovrebbero avere un senso comune, sono suggerite e veicolate dai mezzi di comunicazione di massa e hanno spesso finalità turistiche ed economiche: il loro fine è la celebrazione stessa.


Anche a Mendicino si discute molto su quali sono gli elementi mitici, simbolici e rituali che hanno caratterizzato la comunità nei tempi lontani, su quali celebrazioni bisognerebbe puntare per recuperare il senso di appartenenza e ridare visibilità al paese.

Padula, nell’Ottocento, annotava che i mendicinesi erano chiamati “cursunari” e “cangia-madonne” (perché per una mangiata di maccheroni avevano scambiato la statua del Rosario con un’altra Madonna), ma nello stesso tempo, scriveva che si trattava di un “popolo faticatore e industrioso”. Oggi sono in molti a rivendicare alla comunità origini mitiche (Mendicino era la gloriosa Pandosia?), e molta attenzione viene rivolta, ovviamente, alle filande poiché, più di ogni altro spazio, racchiudono ciò che è stata in passato la comunità.

In quanto luogo del ricordo, i filatoi possono rinsaldare il senso di appartenenza e, attraverso questo, il significato dell’esserci come comunità. Si discute allora sull’opportunità di costruire un museo della seta, di riaprire le filande ai visitatori, di organizzare itinerari turistico-culturali; dare vita, insomma, a luoghi di istituzione del ricordo, dove ancorare la memoria collettiva e creare un sentimento identitario.


Il recupero delle tradizioni è sufficiente a ricreare una identità perduta o sgretolata? Sembra di no. Molte delle iniziative e celebrazioni che puntano a massificare la memoria e a ricreare alcuni eventi validi per tutta la comunità, hanno vita breve poiché non riescono a diventare tradizione. Molti tentativi di rammemorare i valori fondamentali di un tempo lontano, di riattualizzare una visione del mondo e costituire il senso della nuova identità, vanno a vuoto.

Una memoria ricostruita, per conquistare legittimità e consenso sociale ha bisogno che i suoi contenuti siano condivisi dalla gente, per essere riattivata nella società occorre che i suoi sistemi rappresentativi convergano con l’universo culturale dei gruppi coinvolti. Per ricostruire il passato ci vuole una volontà di memoria. Se la memoria collettiva non funziona come meccanismo spontaneo di identificazione, se non riesce a ricordare gli eventi che consentono alla collettività di riconoscersi in una storia comune, evidentemente ci sono delle ragioni.


Non è questa la sede per affrontare una questione così complessa. Probabilmente, la scarsa adesione della gente alle iniziative di ricostruzione della memoria è dovuta al fatto che non ci sono opinioni concordi su cosa ricordare, sui contenuti del ricordo, su chi deve ricordare e come ricordare. Forse queste iniziative di rammemorazione, che hanno intenti educativi o economici, sono prive spesso di valori affettivi e sentimentali, appaiono come delle operazioni politiche o intellettuali.

Questi progetti di ricostruzione della memoria non hanno successo soprattutto perché non è la memoria che da origine all’identità, ma è l’identità che da origine alla memoria. Ricordando il passato, gli uomini lo ricreano e gli attribuiscono un senso che è in relazione con la loro idea del presente. I gruppi sociali selezionano, reinterpretano e rifondano il passato alla luce di quello che sono oggi. Una memoria può anche essere ricostruita o reinventata dai singoli individui o dalle istituzioni ma, per diventare tradizione, ha bisogno della partecipazione attiva dei gruppi sociali.

 

Giovanni Sole

 

 

 
   
 
filanda "Domenico Gaudio"   filanda "Domenico Gaudio"   filanda "Domenico Gaudio"
   
   

 

 
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