Museo della seta - Mendicino
Leopoldo Pagani
seta e bassi prodotti della filanda
 
   
 

I gelsi. Bachi da seta e sua storia. Foglia dei gelsi. Serico e sua industria. Bachicoltura. Manifattura della seta. I telai di Catanzaro. Storia dell'arte della seta nelle tre Calabrie. Qualità e commercio. Sentenza del Campanella.

   
 

Incominciamo il trattatino dei bachi da seta in Calabria con due sentenze di Plinio l'una sugli alberi del gelso, ch'è questa:Morus sapientissima arborum; l'altra su la tela, che suona così: Telas araneorum modo texunt ad vestem luxumque foeminarum. Allude il saggio maestro dell’antichità alla pianta del gelso, che produce la foglia alimentatrice, e al filugello che intesse il bozzolo dal quale esce la seta.

 

Del serico, filugello, bigatto, baco da seta, si dovrebbe parlare in tre luoghi: nella botanica (flora) per l'albero del gelso che produce la foglia alimentatrice; nella bachicoltura per la industria di esso; e nell'alte della seta. Cominciamo dal primo, e fermiamoci un poco sulla foglia dei gelsi e sopra l’industria dei bigatti. Tra noi si distinguono dal secolo decimosesto comunemente due qualità di gelsi, cioè il gelso bianco calabrese o palermitano ed il gelso nero. Si commendò molto la foglia del gelso delle Filippine, cinese o americano, perchè questa pianta; 1.° sede un frutice, anziché un albero di alto fusto può allignare nei terreni poco profondi; 2.° spiega le sue foglie prima del gelso comune nostrale, il quale nemmeno è atto a dar nutrimento al bigatto colle sue tenere fogliuzze; 3.° resiste alla brina e alle gelate, i rami seccati per straordinaria rigidezza di stagione rimettono in breve tempo; 4.° fa buona prova in tutti i terreni, né richiede particolari preoccupazioni; e 5.° appena dopo cinque anni ch'è stato piantato dà la foglia in abbondanza. Però si è conosciuto che la foglia del gelso bianco calabrese per la quantità e qualità della sostanza nutritiva è da preferire a quella del gelso bianco cinese non già per la precocità sua e per altre qualità vegetabili dell'albero.

Fra le produzioni agricole di che son feraci i terreni delle Calabrie nostre è certamente la coltura dei gelsi. Le sete della China sono le più antiche e rinomate. Quell'albero dovizioso e lussureggiante, siaci permessa l’espressione, da quei climi e da quelle regioni qui trapiantato alligna felicemente; alligna qui ove il sorriso di Dio fa lieta la terra nostra di tanta [b]ellezza per invogliare la mano dell’uomo a farlo altrettanto ricco. Onde la coltivazione del gelso dev'essere d'importanza, come quella de' bachi.

 

Tre qualità di foglia enumerarsi: foglia biancolella, ch'è la prima a spuntare dopo la selvaggia; è piccola, piuttosto rotonda, e conserva un verde biondo e brillante fin quasi al prossimo completo sviluppo. Il suo colore biondo forse l'avrà fatta chiamare con tal nome; quando poi è coperta del tutto prende un verde scuro e lucente, che depone della sua buona qualità nutritiva. Essa è poco nota e fa parte d'infinite varietà che hanno l’apparenza molto simile alla foglia selvaggia. Questa foglia è assai precoce (tempestiva); e perciò di molto pregio, e sembra destinata ad acquistare un maggior merito, se la precocità degli allevamenti risponde all'aspettativa. Foglia di Spagna, maiotica in Francia, grande foglia d'Italia. Questa varietà è tenuta nel maggior pregio per l'ampiezza della foglia ed è più in uso. I proprietari la preferiscono, perché più pesante, dà più rendita, ed i consumatori ne sono invaghiti per l'ampiezza, e per la vivacità del colorito. Limoncina (limoncella), anche in Francia conosciuta. Questa varietà sembra aver ricevuto tal nome dalla forma della sua foglia che si approssima a quella del limone. Essa è più solida della precedente, e di un verde molto oscuro, e gli allevatori la preferiscono pei bachi, prima che le malattie fossero ingigantite.1

 

Il gelso in Diamante è bianco e nero o cinese. Però il Tenore pone tra le varietà del gelso bianco (morus alba Linn.), le quali sono più generalmente coltivate tra noi, il gelso selvaggio, o foglie frastagliate, il gelso selvaggio dalle foglie intere, che può confondersi col gelso morettiano, il gelso bolognese, il gelso zuccherino o parmigiano, che somiglia moltissimo al gelso selvaggio frastagliato ed a cui appartengono le gelse bianche che si vendono ne' mercati, e il gelso calabrese o palermitano, che ha le foglie. con picciuoli villiosi, cordate - ovate quasi sempre intere e rarissime volte (abazzo) prominenza di lobo, lunghe da 4 a 5 once (pollici), e larghe 3, di color verde cupo (verdebruno), di sostanza cartacea, col margine orlato di minuti denti ottusi, e i frutti grossetti di color rosso tendente al pavonazzo, di sapor dolcissimo e buoni a mangiare. Ci sono due (sotto specie) sotto varietà, una a fruticello bianco tondeggiante e con foglie più piccole e meno cartocee, detta volgarm[e]nte gelso (maschio) mascolino, e l’altra senza frutti e con grandi foglie, detta volgarmente femminino (femmina) (Tenore ann. civ. 1883). - Il gelso bianco ricciardiano differisce dal gelso di Calabria, di cui forse sarà una varietà, per tenere le foglie accartocciate, indivise, più lunghe, e colle punte anche più lunghe, ed i frutti neri, grossi e dolcissimi. Il gelso di Calabria ha le foglie più o meno loba[t]e, più tonde, piane, e colle punte meno lunghe, e i frutti due terzi più piccoli, anche neri e dolci. Il gelso cinese, o gelso delle Filippine, detto a Scalea gelso americano introdotto circa il 1820 in Calabria, e piantato in S. Domenica Talao già nel 1834 dall’abate Luigi Perrone, ha foglie tre volte più grandi del gelso calabrese, col triplo di nervature e contiene apparentemente, non già di fatto, 53 acini di più di sostanza, sicché la sua vera sostanza alimentizia o nutritiva per ogni foglia è uguale, se non minore di quella dell'altra; salvo se quella sostanza essendo allungata in tant'acqua possa convenire ai bachi da seta in tutti i periodi del loro allevamento. Dopo il gelso calabrese vengono il gelso bolognese, il zuccherino, il morettiano, e il gelso di seme (sementa), selvaggio; talché una foglia di gelso cinese della superficie di poll. 9,27 pesava acini 163, una del g. calabrese di pol. 9cc. 110, una del g. morettiano di pol. 9 oc. 52, una del gelso bolognese di pol. 9 oc. 55 ed una del g. di seme selvaggio o foglie intere di pol. 7 oc. 5o. Onde gli agricoltori saggiamente han propagato il gelso bianco palermitano o calabrese, il quale ha maggior copia di sostanza nutritiva e la somministra più elaborata ed acconcia al nutrimento di filugelli; e quindi supera le altre sorti di gelsi bianchi per la consistenza e grado di elaborazione della sostanza parenchimatosa delle foglie, e le sete tratte dai bachi di esse alimentati superano le altre per forza e doppiezza (spessezza). Epperò le sete di Calabria sono ricercatissime in commercio e ricevute con maggior favore nei mercati: perché son prodotti dai bachi nutriti delle foglie sostanziose e coriacee del gelso nero di Calabria ed anco del gelso bianco calabrese (Ten. ivi). Si è già conosciuto per esperienza, che il gelso cinese non è migliore del gelso bianco di Calabria, a cui solo si può anteporre, quando si voglia la levata dei bigatti, otto o quindici giorni prima.

 

Paolo Gualtiero di Terranova in Calabria ulteriore, descrivendo la fattura dei filugelli, dice che il moro o Gelso è bianco e nero, che i sirici si cibano delle sue fondi , che questi nascendo dal seme, compariscono come vermicciuoli a guisa di piccole formiche, perciò dette furmichelle, che rompono col musso ciascuno la membranula del suo ovo, e si veggono coi filamenti raccolti dalla tela ivi detti pusdemi (termine greco); Poi i sirici si appigliano a cime tenere di spine, lattughe, che sono migliori, o ai finocchi; poi si cibano di frondi de' mori tritate; dormono due giorni continui, il sirico dorme prothè, cioè la prima volta pròtod da phĩsis natura); e si nettano delle frondi scure, et escrementi, detti fusia (termine greco), e dormono la seconda volta, il sirico dorme lettera, perché ritiene sopra la schena segni a guisa di due c, e poi dorme (trìton terzavolta) la terza volta, così dicono i Greci il numero di tre. Quando il filugello (serico) fa l’ultima dormita o muta va soggetto al mal del giallone, al calcinamento, alle gattine.

 

Indi si ripone il sirico ne' letti più ampli, fatti di canne pestate, ben intessute, e si formano le case, ivi dette anditi,... e poi dorme catharro cioè la quarta volta, crediamo che sia sonno più grave, perchè i nostri antichi formarono il detto contro il sonnacchioso, dicendoli, che dormi catharro, motto per chi dorme assai, tirato dal termine greco catharro; poi i sirici si alimentano delle frondi dei mori, colte di giugno sotto l’aere aperto a tempo di caumoti, e il latte delle frondi per esser caustico penetra non solo i guanti di puro cuoio, ma anco le mani di faticatori. I Religiosi sogliono benedire col processionario le massarie del sirico; e i sirici si raccolgono sopra certi rami e frasche accomodate in forma conoidale, perciò chiamate conocchie poste dentro li anditi !!.. conocchie fatte di rosmarino o muscopatemo, pianta (odorifera), il cui nome manifesta la natura, di fior giallo e molto vistoso, ancorché seccato, anco di altri rami, ma non di odore che conferisca. Il sirico a guisa del ragno a poco a poco ordisce il suo letto, dagli antichi savi chiamato funicello e da altri follicello, rotondo, racchiuso… colorito e dilettevole alla vista, che i napoletani perciò chiamano quei vermi angelelli e per tutto si dicono cavalieri della reta... Altri (di quei funicelli) sono di color bianco, altri d'arangio, altri della paglia, altri verdi et universalmente d' oro; dai quali per via d'acqua bollente si cava la seta.... Mandando fuori la seta che dentro teneva, si vuota, muore, si restringe e diviene di color livido. Dopo alcuni giorni la materia che dentro quel corpo morto, riceve la vita dalla virtù formatrice, e si genera un'animale alato tutto ricoverto di lanugine bianca con occhi neri e cornicelli, come di piuma e duri, dui ordini di piedi vicino al capo e strumenti per generare, petolla chiamato e parpaglione; apunto come una grossa farfalla,… si dubita cioè se questa petolla sia il sirico trasformato o sia di nuovo generato... diremo, lo che ci ricordamo, parendoci esser nuova generazione da tal materia putrida determinata , si come si vede delle cicale et altri animali simili; perchè il sirico morto si converte in materia putrida ugual et omogenea, senza distinzione di parte alcuna, la pelle o involucro, che tiene racchiusa detta materia, non è difforme ma uniforme, divisa da essa e senza delineamento, ridotta in forma rotonda et acuminosa d’ambe le parti, senza piedi, et è altra dalla spoglia o membranula del sirico, la quale anco si vede dentro il funicello; né vi è altro in essa, fuorché certi segni come zone, nelle quali il detto venne camminando si restringeva, né l’involucro causa distinzione di parti necessarie al vivente: si veggono bensì dopo alcuni giorni in detta pelle i delineamenti per la figurazione del nuovo animale; et indi si muove la questione della materia, che nel ventre ogni petolla porta, dalla quale si generano più ova, non mangiando né bevendo, né essendo nel mese di luglio l'aere vaporoso, maggiore ammirazion[e] (l. 1.c. 74, Gualtiero).

   
  campionario impiego della seta nei diversi paesi calabresi
   
 

Bachicoltura. – Il distinto bachicoltore Chiericoni ha domandato al Governo, perchè gli si conceda un locale che corrisponda all'esigenze dell'impianto di un osservatorio bacologico per stabilire un allevamento modello e confezionamento di seme di bachi da seta a sistema cellulare nell’interesse generale di tutti. Invero, la bachicoltura occupa uno dei primi posti della ricchezza nazionale dell'alta e meridiana Italia, ed un tempo anche da noi più fioriva; ma oggi disgraziatamente è un ricordo storico. Provo poi riferito in una effemeride agricola che al ministero di agricoltura si penserebbe accordare un sussidio ai più bisognosi e meritevoli allevatori di bachi in un cartone di seme con istruzione sul modo di adoperarlo. È questo un divisamento che va lodato altamente, quando si pensi che ai tempi aragonesi in tutta la Calabria l'industria serica era fiorentissima; ed ora è caduta fino ad essere considerata una delle industrie agricole di poco o niun profitto, e che per risorgere ha bisogno di efficace e diretto incoraggiamento. Si rammentino le grandiose macchine organzine costruite da alcuni benestanti proprietari, come in Paola, Foscaldo, Amantea, Bisignano, Cosenza ec.

 

L’arte della seta era conosciuta in tempi antichissimi dagl'Indiani, sotto il cui nome erano compresi i Seri. «V' hanno gli alberi selvaggi, che in luogo di frutto germogliano lana, per bellezza e bontà molto migliore di quella delle pecore; e sono da cotali alberi gl'Indiani vestiti » (Herod. III, 106).

Secondo Teofane Bizantino, che scrivea le storie dal 567 al 577, un persiano portò i bachi da seta e l’arte di trarla. Nel secolo VI, regnando l’imperatore Giustiniano, certi monaci della Siria e missionari portarono i semi di quei vermiciattoli nella Grecia, dove rimase fino al secolo XII, quando il nostro re Ruggiero, avendo nella guerra all'Imperatore Manuele Comneno preso nel 1148 Corcira, Tebe e Corinto del Peloponneso e Morea, portò prigioni di là (e non già da Negroponte in Sicilia e in Calabria, P. Gualtiero) in Sicilia e propriamente in Palermo quanti vi erano, ammaestrati nell'arte di tessere la seta, e poco dopo dal medesimo re quell'arte venne introdotta in Calabria; ed i bigatti furono detti da' nostri serici in memoria della loro antica provenienza con vocabolo forse appreso dai Greci.

Parecchie migliaia di Greci di varie età, sesso e condizione e moltissimi Giudei furono menati prigionieri (allorché Ruggiero sbarcò nelle coste della Grecia) in Sicilia, e servirono a popolare varie terre che pativano difetto di abitanti. Con tale occasione Ruggiero trasse seco in Palermo (1148) quanti artefici greci potè avere, o colle buone o per forza, che meglio lavorassero in drapperia di seta. E quegli sciamiti o stoffe di seta a varii colori e tessuti ad oro, che prima non lavoravansi se non in Grecia ed in Ispagna, divennero allora lavori assai raffinati in Sicilia ed in Calabria; donde in processo si diffusero per il resto d'Italia e per le altre parti d'Europa. — Una delle più proficue coltivazioni dell'isola cominciò ad essere sin da quel tempo quella delle cannamele da zucchero, dette da' naturali cannamele dalla dolcezza de' succhi. E ne' posteriori tempi sotto gli Svevi, allargatasene la piantagione per tutta la Sicilia e la Calabria, se ne pose in Palermo una manifattura per ordine dell’Imperatore Federigo II, che ne diede la vigilanza e la cura a Riccardo Filingeri. In Calabria ad una contrada prossima alla Catona provincia di Reggio rimane tuttavia il nome di Cannameli, e rimemora al tutto perduta tra noi. 2

 

Allora furono introdotte tra noi le piante del geloso bianco e nero (Michaud, Galanti), sebbene qualche scrittore (P. Gualtiero) pensa che erano tra noi dai tempi della Magna Grecia per la bellezza delle frutte dilettevoli al gusto e salutifere al corpo e utili a dare il color rosso e il paonazzo ne' diversi stadii della maturità di quella, e che fossero le piante dette mori o moroni dal colore de' frutti lividi; e vi é in Calabria un luogo che fina dal 16° secolo è detto Fiumara dei moroni, o de' mori. Ma meglio si crede, che furono chiamate così in italiano dalla Morea, luogo della loro provenienza per l'Italia. Dovettero essere recate qui le due specie di gelso, il bianco che ha le cortecce bianche e produce i frutti dell'istesso colore, e perché é più delicato si veste prima e delle sue frondi si pascono i sirici (bigatti) per necessità di negre, e il nero che, come più grosso di complessione, produce le frondi declinanti al verde oscuro e i frutti più al nero; perocché il nutrimento della foglia del gelso bianco farebbe sì, che la seta riuscisse fiacca.

 

I bigatti nelle campagne di Reggio si pascono della foglia di gelso bianco, passato al Faro appresso Messina non ricusano quella del gelso nero e nei dintorni di Cosenza. Il gelso non ricerca necessariamente cultura, è di facile traslazione; perché vive assai l’inverno fuori della terra, e si moltiplica per novelli tronchi, rami e seme; l’arte di allevare i bigatti è più agevole della pastorizia e dell’agricoltura, perché esige poco tempo, cioè lo spazio di 45 giorni (Gualtiero).

 

Ma prima di questo tempo erano note tra noi le stoffe seriche; e nel 889, andando due Cosentini a vestirsi monaci nel monastero di S. Benedetto di Salerno, il loro padre offrì a quel monastero, altre quattro corti in Schifano e Perullio di Cosenza e doni d'oro e d'argento, anche drappi di seta di vero oro (Di Meo an. 879, 4). Nelle memorie istoriche di Catanzaro scrive l’Amato, che l'arte della seta fu introdotta in Catanzaro nel 1072. Dalla Calabria a mano a mano l'arte della seta si sparse per tutto il rimanente dell’Italia, dove celebratissimi erano i drappi di Genova, di Venezia e di Firenze.

Catanzaro mena vanto di aver avuto piantagioni di gelsi e manifatture di seta dall'undicesimo secolo a tempi di Roberto Guiscardo. E sebbene quasi tutti i più accreditati scrittori siano di accordo nell'affermare, che Ruggieri di Sicilia avesse il primo portato nel Mezzogiorno l'arte di fabbricare le sete nella prima metà del secolo duedecimo, pure non dee sembrare al tutto privo di ogni verisimiglianza quello che i Catanzaresi pretendono, quando si consideri il gran traffico che ne' tempi antichi si facea tra la Calabria e la Grecia, e si ricordi quel pallio di seta ancora esistente, da Arrigo imperatore donato alla chiesa di Norimberga, e fatto fare da Ruggieri dieci anni prima che egli avesse mosso guerra contro l'imperatore di Costantinopoli. Certo è che al tempo degli Svevi e degli Angioini i tessuti di Catanzaro, e principalmente i velluti e damaschi, erano già famosi. Narrasi che quella città avesse donata a re Ladislao il pagamento di una camera con le cortine per un letto e quattro finestre, tutte di velluto verde di sì leggiadro lavoro, che parve cosa magnifica e stupenda. Tanto furono pregiate le manifatture catanzaresi, che Alfonso I per vie maggiormente aiutarle, concedette a que' cittadini che per loro non si pagasse l'imposta della seta, la quale era di cinque grana a libbra. Ferdinando di Aragona accordando alla Città di Napoli il privilegio di tener sola i telai da seta, si escluse Catanzaro, la quale poteva continuare ad avere i telai di velluti e damaschi. Queste concessioni furono più volte riconfermate da Alfonso II e da Federico d'Aragona, da Carlo I imperatore e da Filippo II e IV di Spagna. Ma le manifatture, che quivi prima tanto fiorivano, andarono poi a mano a mano decadendo, e finalmente i tremuoti e le altre calamità, che verso la fine del passato secolo e nei primi anni di questo in sì misero modo travagliarono quelle contrade e l’essere ornai i dammaschi caduti in disuso loro diedono l’ultimo crollo; e se ne darebbe perduto anche la memoria, se la città di Catanzaro non avesse voluto che a sue spese si tenessero alcuni telai per tessere velluti e dammaschi in memoria delle antiche manifatture di seta. Non sono cento anni, essa aveva 400 telai, adoperava, per filare le sete e tesserle oltre a 4 mila persone, e la qualità della seta che si consumava, sommava circa a centomila libbre. Ora, non ha se non solo otto filatori dove si lavora solamente in alcuni mesi dell’anno, manca di tutti gli ordigni necessarii per fare le sete organzine, tiene soli 50 telai fra' quali debbonsi annoverare quelli del velluto e del damasco; e di seta consumavasi poco più di cinque mila libbre con qualche altro centinaio di libbre di calamo e di cotone. Tanto questa industria delle sete in quelle parti vedesi invilita (Visconti). Poi si fecero ammirare colle stoffe di seta di S. Leucio, emule di quelle di Lione, le altre di Catanzaro e di Reggio, giacché anche nella decadenza i panni in seta e i dammaschi di Catanzaro uniscono il lucido delle moderne seterie alla fortezza delle antiche (Taddei).

 

Com'è per le manifatture della seta in Catanzaro non è pel rimanente della Calabria, dove ora, e pure un secolo fa, i Contadini ne’ loro poveri abituri educavano i bachi e portavano ne' mercati a vendere i bozzoli, i quali mercati stranieri e soprattutto da quelli di Lione si comperavano a vilissimo prezzo. Oggi in quella provincia, di cui principal sede è Cosenza, di rado potresti trovare un contadino che li vendesse; dappoiché coloro i quali tengono i filatoi e fanno soli il traffico delle sete, posseggono tutte quasi le piantagioni de' gelsi. Da essa prova si ha ogni anno oltre trecento mila libbre di seta filata di varie qualità (270860 libbre di seta di cui 260860 si mandano fuori, Pettili), le quali generalmente parlando, si può dire essere tre: quelle così chiamate appalte o oppalte o girella, che sono varie specie di sete grezze, seta girella od aspa funga, e le organzine o filate, che equivalgono al filo o accia di lino, stoppa o canapa filata; introdotte dapprima nell’orfanotrofio di Cosenza per opera del sig. Vincenzo Telesio, amministratore del luogo, morto nel 28 feb. 1802, che fondò quell'orfanotrofio nel 1783 o poco dopo, facendo istruire alcune giovinette nella Catona vicino Reggio nel lavorio delle sete organzine. Di essa (1851) si ha una fabbrica a Cosenza. In italiano la seta organzina o seta che serve a ordire dicesi orsoio od organzino equivalente al refe o accia ritorta insieme in più doppii per lo più ad uso di cucire (stame), e il calamo cuccello, specie di seta d' infima qualità, che per lo più si trae da' bacacci singhella. Vi ha il capirone, sorta di seta più grossa e più disuguale dell’altra e la terzanella, seta soda o sia seta fatta di doppii (Card.) Possiamo affermare che di sete organzine in Cosenza e ne' luoghi vicini si hanno oltre a 30 mila libbre in ogni anno; quantità che, considerando come siffatta industria vieppiù sempre progredisse in quei luoghi, è a credere che debba farsi coll’andar del tempo maggiore; tanto più se coll’esempio di Cosenza e di Paola possa meglio fiorire in Castrovillari e Rossano, dove si vede poco curata.

 

Il traffico che in quella provincia si fa è solamente di sete filate, ché non ci ha alcuna manifattura di tessuti: se non che in qualche casa privata trovi de' telai, dove de' grossi fili tratti da que' bozzoli, ne' quali i bachi sonosi trasformati in farfalle, e di quelli più rozzi che si hanno nel trarre la seta, fannosi coltri di varii colori e non prive di eleganza e drappi, di che le contadine usano per cucire le gonne, le quali vestono nei giorni di festa. Lo stesso della provincia cosentina abbiamo veduto nell’estrema parte della Calabria, e principalmente nei dintorni di Reggio, ove è fiorentissima l'industria della seta più che in tutto il Mezzogiorno. Prima si promoveva la coltura de' gelsi e i setifici con larghi premii, auspice l'agricoltura, ch'è fonte di prosperità pe' popoli. In Reggio, Monteleone, Catanzaro le sete organzine non cedono a quelle dell’alta Italia, dacché si adoperarono le macchine a vapore, invenzione grandiosa del secolo XIX. Due gentiluomini napoletani, Luigi Carafa de' duchi di Noia e Michele Lucente introdussero nella Calabria media i bachi da seta tardivi detti di Siria, e il loro esempio fu da molti imitato in quelle industriose provincie, e poi introdotti nella Calabria citeriore. I setifici della Calabria inviarono all’esposizioni velluti, dammaschi e dammaschini, che dimostrano come l’industria della seta ivi sia antichissima. E pruove ne sono le medaglie ottenute. Scriveva Paolo Gualtiero fin dal 163o, che la pastura de' sirici apporta alla Calabria immenso guadagno, più di tre milioni di docati. Dunque verso il 1595, quando il Gualtiero uscì di patria, la seta di Calabria giungeva ad un milione di libbre, tra cui erano 1,300mila libbre, che rendevano al fisco 26o m. docati alla ragione di gr. 5 a libbra, ed al popolo tre milioni. Poi, lamentandone il prezzo, il Gualtiero diceva, che la causa non a tutti è palesa, cioè della gabella della seta, ed altre ragioni per cui è diminuito il prezzo della seta. Vedremo appresso, come anche oggidì per le tasse esorbitanti alcuni prodotti sono decaduti, non più rendono come prima, in specie i passi, i vini, gli olii. Verso il 1683 la seta di Calabria sommava a 100m. libbre; nel 1835 la Calabria media dava 112,410 libbre di seta filata, e 200,000 moggia (libbre) di bozzoli, che avrebbero date altre 16,665 libbre di seta, cioè in tutto 129075 libbre; la Calabria citeriore 270,860 libbre di seta, di cui 10,000 rimasero in provincia per usi particolari.

 

Dobbiamo ora ricordare la sentenza del celebre filosofo di Stilo: «Dunque rimedio (al troppo peso di gabelle e tributi) è eleggere da ogni paese la robba, che abbonda, come da Puglia grano, da Calabria seta, da Fiandra soldati e genti, e non danari sempre».3

 

Aggiungiamo inoltre, che per l'origine della sericoltura, si deve osservare, che sconosciuti in Europa, avanti il regno di Giustiniano (527-565, d. G. C.), la coltura del gelso e l'allevamento dei bachi da seta, erano invece fin da epoca assai remota in uso nell’Asia orientale, specie nella Cina e nel Giappone, di dove si è diffuso in Europa, e quindi in Calabria.4

Zènaras. in Iustiniani vita scribit eius temporibus telam sericam a Romanis texi caeptam, cum antea a Persicis mercatoribus tantum importaretur, nec Romani scirent fila esse vermium. Et addit duos monachos ova illa vermium, ex India attulisse, et mori foliis aluisse, et inde sericum confecisse. – Otter item Frisigentis in historia Frederici ait Rodericum Siculum expugnatis in Graecia Athenis, Corintho, Thebis opifices, qui sericos pannos texebant deduxisse captivos, et in Siciliae urbe Palermo Collocasse… (Iusti Lipsii in Annal. Tacit Excursus, L. 11).

 

Nel 1299, Sibilla di Baugè, moglie di Amodio V di Piemonte, introdusse ne' suoi stati l'industria serica, e spedì a rilevare gran copia di seme e bigatti da Ginevra, e poscia da Genova, che li aveano di Sicilia recati (atti presso l'archivio Camerale di Piemonte). — Nel 1465, Ferdinando d'Aragona, da Palermo trapiantò l'industria in Calabria, e quindi in Napoli si diffuse.

 

Dal 1519 sino al 1561, gli atti del Governo Piemontese, offrono pruova della cura avuta, per la propagazione de' gelsi, rilevando seme dalle terre milanesi 17 m. piante. — Nel 1592 l’Infante Donna Caterina d' Austria, moglie di Carlo Emmanuele I di Savoja, spedì ordinanza per la scelta de' cocconi, e per definire il tempo, nel quale doveansi porre le caldaie alla trattura della seta. – Nel 14 maggio 1667, con ordinanza di Carlo Emmanuele II, si dispose il macchinismo a Rodelle dover servire per la trattura, corre[g]gendo così i vizii di un metodo, che avrebbe a lungo andare rovinato la industria ne' suoi Stati. – Nel 1724 (8 aprile), il Consolato d'arte di Torino, fu dal Governo invitato a pubblicare un regolamento apposito, per favorire l'arte del setificio, e procurarle norme, che la facessero prosperare. — Nel 1754 Papa Benedetto XIV con suo breve comandò l’introduzione in Romagna della industria sudetta, dichiarando nobile l’arte della seta, e volle si pubblicasse uno statuto per avviarla e mantenerla tale. — Enrico IV volendo porgere all’agricoltura di Francia decadente, pronta restaurazione, introdusse la coltivazione de' gelsi, e la fattura serica particolarmente, mettendo a profitto i due speciosi mezzi confidati al potere del Governo, cioè le ricompense e l’esempio. Olivier de Serres per suo comando popolò di gelsi i giardini delle Tuilerie, di Scosny e di Nantes.5

 

Da questi documenti sorge animosa la voce dell’incoraggiamento da darsi all’industria agricola. La regione bruzia ben porta il vanto di essere stata la prima insieme alla Sicilia per la sericoltura e bigattaia. È d'uopo che la Calabria, luce, splendore del Mezzogiorno, si risvegli, sventoli la sua bandiera con l'agricoltura, l'industria, il commercio. La Calabria per la sua topografica posizione dev'essere eminentemente agricola e commerciale. Questi sono i suoi addentellati per innalzarsi a prosperità e vera grandezza, AGRICOLTURA e Commercio. Per la prima ci ha d'uopo di macchine agrarie e fabbriche di concimi chimici, e le colonie agricole; pel secondo fa mestieri di viabilità, e per essa di ferrovie; onde bene si reclama il completamento ferroviario nella dimenticata Calabria. Di che parleremo appresso. Tra l'agricoltura e il commercio sorge media la INDUSTRIA, che dà vita all’una e all’altro, in tutte le arti, per migliorare sempreppiù gl'interessi economici della Calabria, del Mezzogiorno, che sono uniti agl'interessi economici nazionali, perché si conservi e si consolidi sempre più l’unità della cara patria nostra, ch'è l'Italia.

 

 

note

1  Spinelli, Osservazioni sulle malattie de' filogelli o loro cura o sulla coltivazione del gelso, Nap. 1859.— Scarcella, Riflessioni per la libera importazione del bozzolo in Sicilia; Messina 1856.- Taddei, F. Visconti, R. Liberatore, Ann. Civ. 1833.

2  Cr. Spanò Bolani, Stor. di Reggio 1. 3, v. 1 p. 145; Cantù. Stor. univ. Racc. t. XIII p. 3, c. IV, p. 36. – Summonte, 1. 2, c. 1., il quale dice, che nella nostra Calabria fino a' tempi nostri (1594) i filugelli ne ritengono il nome di serico dalla provincia sericana.

3  Campanella, Afor. polit.126, opere, Torino 1854, t. 2 p. 35.

4  Vedasi Trattato sull'alllevamento dei bachi da seta e sulla coltura del gelso di Leone De Rosny vers. it. d Felice Franceschini, Milano ecc. 1870.

5  Giuliani, Della industria agricola, Salerno 1849.

   
 

Leopoldo Pagani, Studi sulla Calabria, Vol II. Tipografia Michele d’Auria, Napoli 1901 .Pp. 73 – 84.

   
 
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