Museo della seta - Mendicino
 
Vincenzo Padula
baco
 

Nel Rossanese manca l'industria della seta; perché ivi frequenti primavere nebbiose, che ammorbano la fronda, e i bachi ne periscono.

Diamante ha qualche filanda, Belvedere una. Alle trattore 2 carlini. Le vurganti hanno il quarto.

Belvedere. Le vurganti hanno il terzo dei bozzoli.

Avevamo il gelso moro coltivato da Romani per frutto; ma il gelso bianco ci è venuto dalla Cina. — L'industria della seta s'introdusse da noi al 1050, quando il normanno Ruggiero da Tebe, Corinto ed Atene la portò in Palermo.

Fuscaldo. 3 filande. Lì le migliori trattore della provincia, ed hanno da 20 a 25 grana al dì. La direttrice ha da 5 ad 8 carlini.

Aieta. I bozzoli si vendono all'organzina di Tortora. –

In tutta la provincia la fronda è a beneficio del padrone.

S. Sosti. Ottima e copiosa.

Grimaldi. 8 organzine.

S. Martino. Trattore ottime.

S. Giacomo. Trattore da 15 a 20 grana.

Cerzeto. Vi si fa la seta organzina, ed ha nome.

Fagnano 5 filande.

Prima dell'epizozia il. prodotto annuale dei bozzoli in chilogrammi era come segue:

 

tabella

 

 

Rossano dunque fa meno seta, e nondimeno il suo clima è più favorevole che altrove. Infatti, il prodotto in bozzoli, per ogni chilogrammo di seta, prima della malattia, era:

Cosenza 720, Paola 800, Castrovillari 800, Rossano 1176; e dopo la malattia al 1863 fu così: Cosenza 350, Paola 130, Castrovillari 350, Rossano 540.

Le manifatture della seta non prosperarono, perché Ferdinando I di Aragona impose che la seta si lavorasse nella sola Napoli. Catanzaro ne fu esclusa; ma i suoi telai scemarono l'un di più che l'altro. Sotto Alfonso I la seteria ebbe un gran sviluppo in Cosenza.

Tre specie di bachi: il giallastro, il moretto (o San Franceschino) ed il cozza maruca (moretto più sbiadito). Ce ne dev'essere un quarto, quello che fa il bozzolo bianco, ma le donne non lo conoscono. Ora si è introdotto altro baco, che si muta 3 volte; ma il bozzolo è assai piccolo.

Il gelso cinese o delle Filippine fu introdotto al 1820; s'innestò sul comune e ci die' alberi che in 5 o 6 anni giunsero a 15 palmi, con foglie lunghe un palmo e larghe 8 once. È suo beneficio che, sviluppandosi prima dei nostri gelsi, serve ai primi pasti. — I bozzoli col moro cinese danno una seta finissima e lucidissima, ma non è richiesta dalle nostre manifatture. Il gelso migliore è il nostro, detto dal Tenore gelso calabrese o palermitano, con foglie cardato - ovali, intere, senza lobi, lunghe 4 o 5 pollici, larghe 3, di colore verde cupo, di sostanza cartacea, col margine orlato da denti minuti ed ottusi. I frutti sono rossi e si mangiano.

I putatizzi non fanno frutto.

bozzoli3 specie di bozzoli: bianchi, rossi, sulfurei. – 3 specie di seta: girella, appalto ed organzina.

Gelsi. Si tengono ad alberi di pieno vento: perché non ad arbusti? a sterpi nane? a macchia, a frasconaia?

È un male raccogliere tutta la fronda: debbono lasciarsi intatti i rami verso la cima, indispensabili alla vegetazione. Si strappa la fronda, facendo abortire i germi novelli: dovrebbe staccarsi con l'ugne. Quindi colgonsi insieme le more, i virgulti, che fermentano e sono esiziali al bigatto.

E poiché re Alfonso è morto, dovrebbe pensarsi ad introdurre tela tra noi. L'industria manifatturiera deve sostenere l'agraria, e senza un setificio la coltura dei gelsi è inutile.

Desiderii. Introdurre l'apocino, seta vegetabile, onde si fanno tessuti pari a quelli della seta. Si coltiva nella terra di Otranto: perché non se ne fanno venire i semi? Oppure l'albero della seta (asclepias fruticosa), la chioma sericea della cui semenza ci dà seta vegetabile?

Mendicino. Industria principale le trattore di seta.

Dal 914 fino al 934 i Saraceni furono padroni di nostra provincia, e introdussero la coltura del gelso, del cotone, del papiro, del cannamele, del frassino, del pistacchio.

Prima della seta organzina, il primato della seta era di Longobucco, Cerzeto e S. Marco.

Al 1647 il duca di Arcos proibisce in Calabria i telai della seta, tranne Catanzaro: furono tutti riuniti in Napoli.

Calopezzati. Molta seta e poco cotone.

Al 1613 Filippo III dà a Paola il permesso di costruire 10 telai di seta. — Al 1148 vennero da Negroponte i primi li artefici della seta.

Longobucco ha molti gelsi e molti bozzoli che s'esportano

Ha dittu u sirichiellu: «U sugnu Orlannu,

chi tutti stati alli speranzi mia;

jati vestuti d'u chiù finu pannu,

e alli mercanti c'impignati a mia:

si vene li sciruoccu e minni manna,

a vua tocca de jire 'nprigionia».

 

Ha detto il piccolo baco: «Io sono Orlando,

e voi tutti siete affidati a me;

vestiti andate del più fino panno,

ed ai mercanti voi date in pegno me:

se viene lo scirocco e mi manda via,

a voi tocca di andare in prigionia».

Le bigattaie, o siricatrici e vurganti, son tutte le donne, e massime le zitelle. La semente è protetta da S. Giobbe, e l'industria da S. Anna, che fu una celebre bigattaia. La bigattaia bada • alla bontà della semente. Diconsi simentili i bozzoli che si fanno sfarfallare, e a ciò si eleggono i primi bozzoli filati non alle conocchie, ma nei tuorni (siepi). E nondimeno il proverbio dice:

D'u siricu mortacinu azatinni i simentili.

 

Prendi i sementali dal baco moribondo.

Infatti, la migliore semente, ma pel prim'anno, è quella che si ottiene dai bozzoli deboli e molli.

Si fanno 3 sorte sementi: la vergine, la fecondata e la diceria.

La vergine si fa così. La padrona piglia il maschio che fischia e si dibatte con l'ali, e lo separa dalla femina, che resta non fecondata, e caca il seme in poca quantità, ma che da giallo si fa subito bruno, il che vuol dire che non è vuoto.

La fecondata poi si ottiene dalle farfalle accoppiate. Le farfalle, ossia puollole, cioè puellulae (verginelle), s'accoppiano la mattina, e si scoppiano a vespro. La padrona, battendo le mani attorno la femina, grida: «Piscia, piscia»; e quella piscia; e poi la mette in vaso di creta o di rame o sopra una tovaglia.

La diceria è la semente cacata ultima, cioè dopo 24 ore. Infatti, le puollole si scoppiano il vespro d'oggi, e si fanno cacare fino al vespro di domani. Allora si mettono in altro luogo; e nondimeno la farfalla indebolita segue a emettere altro seme, e questo dicesi diceria.

Le puollole si mettono a cacare la semente sopra una pezza di lino o di cotone; e tra esse si mette la nepeta. Il seme esce giallo, ma dopo 4 dì si fa bruno, e resta attaccato alle pezze. Al giorno di S. Anna o dell'Assunta si piglia l'acqua da una crocevia, e con essa s'ammolliscono le pezze; poi si grattano con un coltello e si lavano nel vino. Si butta via il seme che galleggia, e serbasi quello, che va a fondo, in una pezzolina, che s'attacca al letto o ad un trave. La pezzolina deve essere di camicia d'uomo, non di donna, il cui basso dicesi cuorpu o musto. Lucignolo fatto con esso non arde; latte chiuso in esso non caglia.

Se la vicina mi regala il seme, debbo darle un soldo o un uovo; altrimente mi piglia l'augurio suo. Se debbo mandarlo ad un paese, per giungere al quale si ha da passare un fiume, dentro il seme si deve portare un ago.

Durante marzo la semente non può toccarsi; e perciò allora non se ne trova a comprare. — Il giorno della Conversione di S. Paolo si mette di fuori la finestra per avvezzarla a tutti í venti. — Ad aprile si misura, e si fa benedire nel dì di S. Francesco (l'unica cosa che non si ruba in Calabria è il baco).

Un masulu è 5 ditali, e costava prima da 8 a 12 carlini.

 

mute, primoSi mette a covare a luna crescente dentro un panierino coverto di lana tosata dalla coscia sinistra d'un castrato nero. Il panierino prima sotto i materassi al piedizzo (parte bassa del letto, dove poggiano i piedi), e, secondo che il seme imbianchisce, si sale, e si mette tra i panni, tra le cosce, al petto. Quando la covatura s'affretta, accrescendo il caldo, il baco s'incozza, vale a dire che non nasce affatto; e di qui le frodi, ché molte vendono questo seme morto. Oppure s'abbritta e scarfa (si scotta), e 'l baco, invece di nascere nero e peloso, nasce rossigno, e fa poco bene.

Quando si scova, s'usano tutte le cautele. Sulla pezza spiegata sopra un bioccolo di lana si mette un setaccio, e s'espone al sole che batte nella stanza; e, se il sole è forte, mettesi un fazzoletto sul setaccio. — Il primo baco che spunta dicesi cavallaro, e se ne tace la notizia alla vicina per non essere fascinato. E la pezza si lega di nuovo, e si ripone. Si apre la dimane e si dice: «Presto via; la semente è 'mpuollulata, e vuole essere parata; altrimente s'affoga ». Si piglia una carta, che deve essere scritta (perché si faranno tanti tomoli di bozzoli per quante lettere vi sono scritte), e con la forbice si fa occhietti occhietti. La carta si pone sui bachi, e sulla carta si mettono i santuzzi, o le more immature. Il baco esce dagli occhietti e s'attacca alla fronda tagliuzzata o ai rovi. [ Si] piglia allora una gerla (cistiere), [se] ne copre il fondo con carta, e vi [si] passa le piccole frondi ed i morelli carichi di bachi. Si coverchia con altra gerla, e si mette nel letto sotto i panni. — Scovato il baco, la buccia vuota del seme è malaugurio buttarla via, ma si serba per gittarla poi sulle conocchie.

 

mute, secondoIl baco 4 volte dorme e 4 si spoglia: a prima (proti), ad alba, a croce, a munnu. Finché non arriva a munnu, si adesca mattina e sera, però non sempre: quand'è piccolo, una volta al dì; quando è grande o fa freddo, 2 volte. Fino alla spoglia di alba la fronda gli si dà tagliuzzata, e dev'essere fronda bianca, la quale si crede che faccia più bozzoli, quando s'ha la comodità di darla fino alla spoglia di croce.

Dalla nascita fino all'ottavo pasto sta nel soffitto sopra una coperta, che non si cangia mai; ma la fusia si leva ad ogni spoglia. Dall'ottavo pasto in poi la coverta si toglie; il baco resta sulle nude tavole, e torno torno gli si mettono le siepi (tuorni), che si fanno di scantramano o di sarmenti, e massime di quelli dispensati dai monaci; e la coverta si leva, perché allora il baco piscia, e 'l suo piscio farebbe mucare (ammuffire) e fermentare la coverta, il che nuocerebbe ai bachi.

Nella spoglia a proti, cessa d'essere nero e peloso; nella spoglia ad alba, comincia a fare il capo bianco; nella spoglia a croce, gli appaiono sulla linea dorsale due C, come una parentesi; nella spoglia a munnu, diventa bellissimo come uno sposo. Prima di spogliarsi gonfia il muso, e su vi nasce una bollicina.

Dopo la spoglia d'alba, gli si dà la foglia non tritata, ma a cima, perché così è un fatto che il baco ingrossa più presto; e gode d'inerpicarsi sopra le cimuzze. Fatti 3 pasti in questo modo, non gli si danno più cime, ma frondi tagliate grossamente. Dopo la spoglia a croce la fronda gli si dà spezzata, cioè divisa in 2. Dopo la spoglia a munnu la fronda gli si dà intera, e in copia. Dopo la spoglia di munnu deve fare 24 pasti, e ne fa or 3, or 4 al giorno. Il proverbio dice:

All'uotto, mangia cummu nu puorcu.

 

All'ottavo, mangia come un porco.

Vale a dire che dopo l'ottavo pasto è più vorace, fischia più, e gli si versa tanta fronda, che lo copra.

Dei 24 pasti dopo che il baco ne ha fatto 18, comincia quando uno, quando 2 a fare il bozzolo. Prima di mettersi all'opera caca e piscia, e le donne dicono che si confessa prima di seppellirsi. Il bozzolo, che noi diciamo cucullo, ha 3 tuniche.

*          Se il seme accenna di nascere, e la fronda dei gelsi non ancora è comparsa bene, si bagna con acqua.

*          Se manca la fronda, s'usa la lattuga;

*          Nelle montagne si scova agli 8 di maggio, e con frutto; perché a scovarsi in aprile s'oppone il proverbio che dice:

Siricu d'aprile luongu e sottile.

 

Baco d'aprile  lungo e sottile.

*          Dal cistiere il baco passa al soffitto dentro il cestiere. Nei mezzanili non fa; nel soffitto sì; e massime nel soffitto della cucina; perché è un fatto che il fumo giova al baco.

Gli nocciono i cattivi odori, e però è perniciosa la vicinanza delle stalle.

Stando nel soffitto, per preservarlo dai topi vi si versa l'arena benedetta in S. Domenico ai 2 aprile nel dì di S. Pietro Martire, e che si crede buona ad accecare i topi.

Si tengono le finestre chiuse, bastando l'aria che penetra nel soffitto dagli spiragli dei ceramili; ma quando fa caldo e ‘l baco comincia a filare, si lasciano le finestre aperte,

però di notte.

 

mute, terzoGli è pernicioso lo scirocco, e ad evitarlo mettono sulle finestre un panno rosso o un vaso d'acqua.

Il baco si appara (i bachi si dispongono tutti in modo uniforme) ad ogni muta o spoglia, non adescandolo, perché quello che ancora dorme non ha bisogno di cibo. Lo già spogliato resta perciò privo di cibo, e scappa dal cestiere in cerca di foglie; il che sollazza la bigattaia, la quale dice che il baco a quel modo fa il summarco (il travalico). Ella allora per conoscere l'essere del baco, gli mette un dito sotto, e, se il baco vi si attorciglia, l'ha per segno buono. E temendo del fascino, mette nel cestiere l'uovo nato nel dì dell'Ascensione; e si turba se le donne mandate a cogliere la fronda ne ritornano portando uno scupolo di erica; ma vuole che portino una ciocca d'occhio per fuor mal'occhio. Ella desume ancora la riuscita del baco dallostato dei gelsi; perché le costoro malattie son pure le malattie di quello. E ciò è vero; perché, dietro la bella scopertadi Pasquale Potenza, la seta è nel gelso, e 'l baco non è cheun orsoio vivente, che agomitola la seta nello stomaco e

la dipana con la bocca.

Nei 24 pasti di munnu si sparge sulla foglia vino e sale.

Se una donna va in casa, si fa una vala di pupe: si canta la vala, e poi le pupe si gittano via.

Si teme del fascino, e 'l baco non si mostra a nessuno; e se vi entra un estraneo, deve pigliare un pugno di foglie e versarlo sul baco. È buono augurio se la raccoglitrice della fronda trova sulle foglie del moro la semente cacata e depostavi dalle farfalle aeree, o se cade dall'albero, o se tornando incontra lungo la via 2 serpenti accoppiati. Gli uccide allora con un palo, il quale, se si riporta senza passare fiume, si crede, a metterlo tra i bachi, potente a favorire i bozzoli e 'l baco.

La bigattaia visita di continuo il baco, e si sollazza a distinguere i bachi maschi dalle femine. Il maschio ha le sopracciglia e la testa più grossa e 'l muso allungato. Sotto le sopracciglia 2 punti rossi a guisa d'occhi. La femina ha il capo rotondo con una linea verticale nera, che le donne dicono scrima. Essa fa il bozzolo più grosso e rotondo; mentre il maschio lo fa longarino con una strozzatura nel mezzo. La spoglia a munno è la più pericolosa. Allora si manifestano le malattie, dopo che si è spogliato a munno. Onde il proverbio:

Spoglio a munnu o ti munna o t'abbunna.

 

Spoglio a munno o ti ripulisce o t'arricchisce.

baco su ramo

Nelle spoglie di alba e di croce l'unica malattia del baco è il taguore, che nasce dal perché il baco non ha dormito come e quanto dovea, per buffi di vento o per rumori che gli abbiano rotto il sonno. Non avendo dunque dormito, non spoglia bene; e diventa trasparente e così debole, che. passando per la fusia, una punta delle stesse foglie basta a perforarlo. Ma dopo la spoglia di munno soffre 4 malattie.

1) Il baco vuol stare largo; se no, il più grande soverchia il piccolo e lo fa restare digiuno; sicché, mettendosi a dormire con la pancia vuota, spoglia a vecchia; vale a dire che il baco si sveglia col corpo molle e di colore terra.

2) Il baco cannitano s'accorcia, ingrossa il capo, fa corpo cannacche cannacche (tutto striature rigonfie), lucido sì che pare pieno di seta; e nondimeno si mangia i suoi pasti, poi monta sulle conocchie, e vi muore senza far bozzoli. Perciò un omaccio inutile si chiama sirico cannitano.

3) Il baco sciroccato è quello che, colpito dallo scirocco, diventa giallo; ma la bigattaia dice: «Il giallo non leva»; vale a dire che son sempre pochi gli attaccati da quel morbo.

4) Altra malattia senza nome è quando il baco ingrossa il capo e lo muove qual pazzo. Ad aprirlo gli si trova nel capo un sugo verde, come sugo di fronda, e nel corpo una

sostanza verde, come fronda non digerita. In questi casi la bigattaia va col baco malato dalla sua vicina, e le dice «Vedi com'è malato questo mio baco». Se la vicina è accorta, si piglia quel baco e lo gitta nel suo cestiere. Altrimenti col baco restituito se n'andrebbe la sua fortuna.

Or, quando il baco accenna a voler filare, si fa benedire dai monaci; e si mette una conocchia annumata (dedicata) alla Madonna. Chi si ha ammannito le conocchie per sé non può venderle altrui. Se il baco non va alla conocchia, usano suffumigi d'incenso o di cardone messo sul fuoco. E mettono tra le conocchie il fasciaturo della Madonna (erba) e mazzetti di fiori, o fanno delle frittelle sotto il soffitto.

Visto che il baco sale ai tuorni, mettono per lo lungo un'altra siepe; e quando questa è carica, le ne accavalciano un'altra, e così si fa la croce; sicché lo spazio resta diviso in tanti quadrati, e in mezzo a questi si mettono le conocchie o di rosene o di ginestra. I bachi salgono arditamente, e muovono il capo attorno quasi in cerca d'altra frasca dove attaccare il filo; perciò la bigattaia gli mette sopra ramicelli asciutti di castagno. Se fa freddo, copre il baco con un lenzuolo, ed egli attacca il filo al lenzuolo.

Infine si pensa alla sfarfallatura dei sementili. Quando il bozzolo è duro, la farfalla fa tanto sforzo, che n'esce piangendo. Talora vi muore dentro e vi caca la semente, la quale è vergine e fa buon baco. Sicché, per impedire che il troppo caldo indurisca il bozzolo, vi si versa sopra un fazzoletto bagnato.

La seta potrebbe farsi 2 volte, ma si crede che a farla la bigattaia morrebbe.

Essa è la più cara industria delle donne. Da Natale in poi cominciano a parlare di bachi, e nel dì della Nunziata vanno a pigliare la spasa dei bozzoli, cioè a segnare con due pietre l'estremità d'un piano, e si chiude più o meno spazio secondo il desiderio.

La vurgante o terziera è la donna che mette la fatica, e del bozzolo ha un terzo. Ma, nonostante le cure, quante volte la bigattaia è nel caso di esclamare:

Chi t'avia fattu, siricu curnutu,

chi tanta la minnitta vu' de mia?

'U pampiniellu ti l'avia cogliutu,

e ti lu dava tri voti la dia;

mo ti viju malatu ed avvilutu,

 e mi fa jire alla spezieria.

 

Che t'avevo fatto, o baco cornuto,

che tanto vendicarti vuoi di me?

Per te le foglioline avevo raccolto,

e te le davo tre volte al giorno;

or ti vedo malato ed avvilito,

e mi costringi ad andare dallo speziale.

crisalidi

 

Tratto da Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, Vol I. Editori Laterza, Bari, 1977. Pp 145 – 154.

 

 

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